Un tranquillo pomeriggio di fine maggio. Fra i volti annoiati e i pendolari di rientro dal lavoro, alla stazione della metropolitana di Shinjuku una cinquantina di adolescenti sorridenti si gettano sotto le ruote di un treno in transito. I loro corpi esplodono addosso agli astanti, in un tripudio splatter degno del Miike più pulp.

Già con questa prima sequenza, Suicide Club si pone come un film che picchia duro e il suo autore, Sion Sono, come un’artista in grado di sfruttare l’indipendenza produttiva per uscire dagli schemi. Non è stata certo la truculenza, tuttavia, a permettere a Suicide Club di assurgere allo status di film di culto, quanto la sua inesauribile incompletezza.

È un thriller impossibile e irrazionale, dove le vittime sono anche i carnefici, e ogni tentativo di capire cosa stia alimentando l’ondata di suicidi rimane frustrato. Di possibilità ne vengono presentate a bizzeffe, altre vengono solo suggerite, ad altre neppure l’autore aveva probabilmente pensato. Tutte rispondono alla domanda, nessuna la esaurisce. Il suicidio diventa istinto di gregge che può sorgere dal telegiornale, dal ritornello di un brano J-pop o dalla scocciatura di dover buttare l’immondizia.

Non c’è alcun perché, solo dei perché no. Sion Sono affronterà nuovamente il tema del suicidio con un prequel: Noriko’s Dinner Table. Qui, con nuovi personaggi fortemente caratterizzati e una trama nitida, si discute di disaffezione per la vita dovuta all’isolamento, situazioni di forte disagio famigliare e competitività sociale. Nulla di nuovo o di particolarmente profondo, e difatti Noriko’s Dinner Table non regge il confronto col predecessore.

Suicide Club costringe invece lo spettatore in un gioco speculativo che non può vincere, lo confonde e lo avvince in un calderone di situazioni misteriose, ambigue o truci, e nel tentativo di riempire i vuoti di senso lo obbliga anzitutto a scrutare quel vuoto. C’è poi la seconda parte del titolo, quel club che rimanda alla coesione, alla partecipazione in un unico progetto, ed entra qui in gioco il fattore culturale nipponico. L’abnegazione e la romanticizzazione del suicidio fanno da sempre parte dell’inconscio collettivo giapponese.

Nei primissimi anni Duemila di Suicide Club il paese stava attraversando un’impennata nel tasso di suicidi, raggiungendo i picchi più alti della loro storia e vedendo nascere il fenomeno dei suicidi di gruppo. Il film di Sono ridisegna i rapporti di potere fra individuo e collettività: da un lato infatti nessun personaggio è granché caratterizzato, non esprime una volontà personale quanto piuttosto un ruolo sociale o un legame famigliare. Dall’altro il personaggio si riappropria del controllo sulla sua identità frustrata uccidendosi, tradendo quindi il suo ruolo sociale a favore di un club impersonale, che neppure si sa se esista.

Come gli adepti di Fight Club sacrificavano la propria individualità da reietti per smuovere la collettività, le persone comuni in Suicide Club sacrificano ogni rapporto col prossimo alla folle ricerca dell’autentico sé. Con quest’opera, Sono firma il primo grosso colpo della sua carriera, forse più grosso di quanto fosse realistico auspicare. Nonostante la sua reputazione Suicide Club rimane infatti un film acerbo, ben lontano dallo stile elegante e virtuosistico del Sono a venire, e pure la sua incredibile carica suggestiva potrebbe forse imputarsi a una scrittura poco centrata.

Fino almeno a Into a Dream, la filmografia dell’artista giapponese si muove più che sul binario della sperimentazione linguistica che del commento autoriale, e Suicide Club rappresenta “solo” il picco di un percorso altrimenti lineare, un film che si fatica a spiegare perché esige di essere vissuto, probabilmente sofferto.