A metà fra il romanzo esistenzialista e il nikki, genere giapponese di letteratura diaristica al femminile, The Whispering Star rappresenta un caso più unico che raro nella filmografia di Sion Sono. Dopo una sequela di film caciaroni e ultrapop tra cui Tokyo Tribe, Shinjuku Swan e The Virgin Psychics, l’artista nipponico ripiega sul bianco e nero leggermente seppiato, il minimalismo narrativo e tempi estremamente dilatati.
Le protagonista della storia è Yoko, una cyborg addetta alla consegna interplanetaria di pacchi. Da oltre dieci anni vaga silenziosa nello spazio a bordo di un’astronave vintage, a forma di abitazione tradizionale e con il computer integrato che sembra una radio degli anni Quaranta. Secondo i suoi calcoli ci vorranno almeno altri dieci anni per terminare di consegnare il suo carico, e non può fare a meno di interrogarsi sul perché gli sparuti esseri umani rimasti si affidino al suo lentissimo servizio piuttosto che utilizzare il teletrasporto, istantaneo e alla portata di chiunque.
Coerentemente, tutta la prima parte del film è narrativamente “inefficiente”: dedicata alla monotonia, al tempo che passa, all’assenza di gesti significativi. È lunedì e il rubinetto perde. È martedì e perde ancora. È mercoledì e Yoko si guarda intorno. È giovedì e si fa due chiacchiere col computer di bordo. Se non fosse per l’indicazione delle settimane a schermo, tutta questa prima parte sembrerebbe occupare pochi minuti di tempo diegetico, mentre ne ricopre intere settimane.
Quando finalmente Yoko atterra al suo primo pianeta di destinazione, la situazione non è molto diversa rispetto all’interno dell’astronave: una città distrutta, abbandonata alla vegetazione nel silenzio più assoluto, e un uomo che dopo qualche giorno si degna di ritirare il suo pacco. Si riparte poi lentamente verso il prossimo pianeta, attraverso lunedì uguali ai giovedì.
L’intuizione radicale e vincente di The Whispering Star è rendere monotono, preciso e impersonale il tempo passato a bordo dell’astronave. Così facendo ogni fermata di Yoko pare una boccata d’aria, ogni volto umano una rarità e ogni muro crollato un tesoro da preservare. Il tutto in rispettoso silenzio.
La prefettura di Fukushima, devastata dalla catastrofe climatica del 2011 e già sfruttata da Sono in Himizu e The Land of Hope, torna l’ambientazione perfetta per questa umanità evanescente, che ha raggiunto il picco delle sue potenzialità a costo della sua essenza e ora cerca di riappropiarsi di spazi e tempi a sua misura, di riscoprire il valore soggettivo di piccole cose altrimenti insignificanti. Insieme al ginoide Yuko, anche lo spettatore è portato a ricordare la fragile bellezza dell’attesa fine a sé stessa, di regali inutili che vagano per decenni, talvolta sopravvivendo ai mittenti.
Poco importa che i pacchi di Yuko contengano fotografie, lacci o mozziconi di sigarette, purché ci sia qualcuno ad attenderli, manifestano due presenze.