Sarebbe decisamente riduttivo confinare Sirat di Oliver Laxe a un road movie. Anche se procede geograficamente per traiettoria orizzontale, ben presto il viaggio di un padre alla ricerca della figlia scomparsa in un rave in Marocco ricalcola il suo itinerario come un’avventura mistica e fatalista sul desiderio umano di conquista e dominio, affondando in verticale negli abissi dell’ingenua tracotanza di chi pensa di poter leggere e capire l’immensità del paesaggio che lo circonda.
Recatosi del deserto marocchino insieme al figlio piccolo e al cane, Luis (un immenso Sergi López) distribuisce con apparente apatia volantini a qualunque raver incontri, una vera e propria marea di persone intente a sentire le vibrazioni di giganteschi muri di amplificatori. In questa danza pagana che si muove come un’unica grande onda, il male derivato dalla perdita sembra non sfiorare Luis, tappato dal rumore e reso minuscolo nel suo dolore in confronto a ciò che lo circonda.
Laxe tuttavia la sa decisamente più lunga dei personaggi, e subito con poche inquadrature e un brusio primordiale fa prendere vita al tumulto di un paesaggio che osserva e giudica: un impietoso mostro di pietra pronto a macinare senza pietà chiunque lo affronti.
Prima tributo, poi ricerca, poi lotta: è così che si articola il senso della vita in Sirat, un film feroce, spietato, dove i mille colpi di scena fanno salire alle stelle l’ansia di sopravvivenza verso questo gruppo di raver spagnoli a cui Luis e il figlio si uniscono nel tentativo di cercare la figlia “al rave successivo”. Si attraversano montagne, si guadano fiumi, si campeggia in grotte.
E in tutto questo Laxe sembra quasi voler costruire un’idea alternativa di famiglia, parlare di comunità, di condivisione e di appartenenza, salvo poi spostare nervosamente i termini del discorso sempre altrove, oltre la montagna, verso la meta successiva e lo stimolo del momento, continuando a depistare tanto i personaggi quanto gli spettatori su quale piega prenderà il film a distanza di secondi.
Laxe prende strade davvero impreviste, rivelando completamente il suo senso solo nell’ultima scena: in questo percorso di scoperta, chi guarda partecipa come spettatore di un’Odissea spirituale. Il contesto è solamente accennato, ma è in corso una terza guerra mondiale che ha appena colpito l’Unione Europea.
E così la carovana di raver, munita di van e camper dall’aspetto steampunk, scappa dagli ordini militari e procede a tutta velocità nel deserto, riportando subito alla mente la costruzione estetica (ma con tutt’altro intento registico) delle cavalcate di Mad Max: Fury Road, l’orrore paesaggistico di Le colline hanno gli occhi, la violenza brutale di Gaspar Noé.
In questo mix bombarolo di brutalismo nichilista, Laxe usa la tensione per riflettere sulla caducità della vita, mettendo a postulato l’impassibilità della natura di fronte ai sentimenti delle persone. Che lo si legga come un monito, come un avvertimento o come una semplice presa di consapevolezza, questo sta solo a chi guarda interpretarlo.