Bill e Alice (Tom Cruise e Nicole Kidman), sono una coppia irrequieta (sullo schermo e nella vita) che abita a Manhattan. Tornando da una festa elegante, la donna svela al consorte l’attrazione per un giovane ufficiale e il loro rapporto comincia a incrinarsi tra paura e desiderio.

La relazione amorosa si traduce in un’ermetica sciarada: un gioco di inganni, codici e allusioni, impossibile da decifrare compiutamente. Enigmatico è anche il fraterno dialogo tra Bill e il collega Victor (Sydney Pollack) davanti ad un (metaforico) biliardo al centro della scena: la rotazione della palla sembra un effetto calcolato ma potrebbe innescare imprevedibili e arcane traiettorie.

L’ultima opera di Stanley Kubrick si ispira al breve romanzo Doppio sogno, in origine Traumnovelle (Traum in tedesco è “sogno” ma deriva dal greco τραῦμα che significa “ferita”) di Arthur Schnitzler, scritto nel 1925 e ambientato a Vienna. Il film è mise en abyme dell’inconscio (il sesso e il suo vano mistero), del potere sociale (riconoscimento della posizione di influente medico/marito) e politico (sempre camuffato), dell'esistenza stessa (realtà/immaginazione).

Il regista firma un testamento cinematografico che chiude il Novecento (al ritmo del valzer di Sostakovic) e apre alle inquietudini del nuovo millennio, con invitanti e luttuosi rituali di un “eterno ritorno” che però, a differenza di Nietzsche, non è ri-affermazione della volontà di potenza e accettazione degli eventi come necessità (Amor Fati) ma un’esperienza ossessiva e raggelante che non concede vie di fuga, una violenta coazione a ripetere, un incubo a occhi (chiusi) spalancati (la “meccanica” Cura Ludovico era enunciativa).

La presenza della Morte aleggia minacciosamente. Il costume di Bill in un contesto orgiastico evoca l’oscuro protagonista de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman che ama la sfida a scacchi in una partita fino all’ultimo respiro. La funerea maschera rappresenta anche l’esiziale razionalità di Bill che nasconde, filtra (e reprime) gli impulsi più reconditi, le più profonde fantasie/perversioni che Alice, con le sue confessioni e provocazioni, vorrebbe far emergere.

Il ruolo sociale (e attoriale) determina la Persona che esercita la sua funzione e/o costruisce la sua identità ma, in un momento di crisi, si denuda e l’artificio/la pellicula si dissolve miseramente lasciando la materiale polvere o palesando un vuoto incommensurabile. Eros e Thanatos costituiscono l’ideale connubio per un’affascinante “estetica” della seduzione: luci soffuse, cromatismi saturi, movimenti sinuosi ed eleganti di corpi/automi disponibili per il piacere (anche il cinema di Max Ophüls era stato sedotto dal verbo di Schnitzler).

La visione onirica di un illusorio “altrove (Over the Rainbow)” promette segrete rivelazioni ma non c’è un orizzonte liberatorio, solo un continuo delirium. Infatti il lungometraggio si sviluppa in senso centripeto nonostante il racconto suggerisca molteplici direzioni/deviazioni: inizia e termina con scene da un matrimonio. In particolare nella conclusiva sequenza dentro un negozio di giocattoli si può notare la scatola di The Magic Circle, un board game di carte e oggetti truccati che pre-vedono una disposizione circolare.

La soluzione finale per Alice che ha condotto il “gioco” sin dal primo frame tessendo una fitta trama di equivoci e strappando la maschera (che ritroveremo inspiegabilmente nel proprio “talamo”) a Bill è nel Fuck (for Fake) che diventa la parola definitiva (inconsapevolmente?), il beffardo epitaffio dell’intero corpus filmico dell’eminente cineasta statunitense.