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Speciale “Eyes Wide Shut” – L’ultima sciarada di Kubrick
Kubrick firma un testamento cinematografico che chiude il Novecento (al ritmo del valzer di Sostakovic) e apre alle inquietudini del nuovo millennio, con invitanti e luttuosi rituali di un “eterno ritorno” che però, a differenza di Nietzsche, non è ri-affermazione della volontà di potenza e accettazione degli eventi come necessità (Amor Fati) ma un’esperienza ossessiva e raggelante che non concede vie di fuga, una violenta coazione a ripetere, un incubo a occhi (chiusi) spalancati (la “meccanica” Cura Ludovico era enunciativa).
Speciale “Eyes Wide Shut” – Da Schnitzler a Kubrick
Kubrick traspone le vicende viennesi in una New York a lui contemporanea, dove la crisi di coppia di Bill e Alice ricalca in modo speculare quella di Fridolin e Albertine. L’acuta analisi di Schnitzler della vita matrimoniale borghese tra fine ‘800 e inizio ‘900 è per Kubrick, a fine secolo, ancora valido motivo di riflessione sul rapporto di coppia, ma il suo interesse va oltre. Ciò che unisce profondamente le due opere, ciò che rende Kubrick un autore schnitzleriano – e viceversa – è ciò che viene rivelato nel monologo finale da Albertine: la mancanza di corrispondenza tra la realtà e la sua “profonda verità”.
Speciale “Eyes Wide Shut” – Lo smascheramento del maschile
Eyes Wide Shut parla del maschile, del desiderio e della commistione perversa di questi col potere, di come le donne siano, nella visione maschile, niente più che un oggetto sul quale sfoggiare un controllo. In tal senso il desiderio maschile smette di essere desiderio per essere rimpiazzato da una pura e spudorata ostentazione del proprio potere sui corpi. Così la scoperta del desiderio femminile è come una castrazione dell’uomo all’interno di una società patriarcale. In questo modo un uomo borghese prende progressivamente atto della sua piccolezza anche rispetto alla depravazione che lo circonda e, nel farlo, diventa inevitabilmente comico.