I primi fotogrammi mostrano file di automobili in lento movimento nel traffico stradale, fanciulli spensierati che si trastullano sulle altalene illuminati da intensi raggi solari e poi improvvisamente la notte (dei tempi) con resti ferrei e ossei in un desolato cimitero. I fiammeggianti titoli di testa esaltano il volto metallico del Terminator, iconico automa distruttivo.
Il capolavoro di James Cameron (nel 2023 è stato selezionato dalla Library of Congress per la conservazione nel National Film Registry come patrimonio cinematografico americano), seppure realizzato nel 1991, riesce ai giorni nostri ad incutere nello spettatore una sempre più fondata inquietudine per gli scenari apocalittici che (verosimilmente) rappresenta. Passato, presente e futuro si confondono con (in)credibile coerenza.
L’avveniristico sistema neuro-artificiale Skynet descritto nel film è attualmente una minaccia reale e la trama si rivela densa di segni premonitori. La pre-visione del cineasta di origini canadesi (anche alla luce delle opere successive) si manifesta ingegnosamente fertile, grazie anche all’uso intelligente delle immaginifiche architetture digitali. Eppure lo script evoca materici ed esplosivi duelli, tipici del genere western, che sembrano essere in contrapposizione con soluzioni offensive tecnologicamente avanzate da manuale di fantascienza, la polvere da sparo e la meccanica di precisione si oppongono alla multiforme minaccia virtuale.
Il numero 2 nel titolo della pellicola non indica solo un verticale sequel “crono-logico” di Terminator (che si può considerare un esordio autoriale con decise “impronte” stilistiche) ma include un orizzontale tema del “doppio”, che si ri-produce nel corso dell’intera narrazione: i due organismi cibernetici (T-800 e T-1000) si sfidano fino alla fine, in eterno conflitto. Inoltre ciascuno di loro, con modalità differenti, “indossa” identità altrui (sostituendo progressivamente vestiti, voci, visi, corpi) a volte con sorprendenti figure gemellari (Linda Hamilton e la sorella Leslie, indistinguibili cloni). Lo stesso John Connor è adolescente e adulto nel “contempo” e ha una coppia di genitori adottivi (oltre a quelli biologici).
Sono fondamentalmente duplici anche gli elementi naturali protagonisti: Acqua e Fuoco. La liquidità del metallo del cyborg più evoluto (composto di una poli-lega mimetica) consente di assumere disparate sembianze (di persone e/o oggetti di massa conforme) con solidi, stupefacenti effetti morphing ma non resiste e si fonde a condizioni termiche incandescenti (emblematica l’ultima “bruciante” inquadratura nelle acciaierie). Singolarmente il T-1000 ha l’aspetto basico di un anonimo e radioso cavaliere (come quello della dorata statuetta degli Academy Award) che “interpreta” ruoli diversi destinati a svanire in una luce abbacinante (metalinguistica suggestione).
Cameron gioca con i simulacri della settima arte ma anche con gli scacchi, simbolo di determinismo strategico, e con le carte da poker, antiteticamente “semi” del Caso (significativa la sequenza con il pavimento bianco/nero dell’ospedale psichiatrico da cui emerge la sagoma del poliedrico androide che attacca l’agente di polizia, impegnato a bere un bicchiere di caffè disegnato con cuori, quadri, fiori e picche). Egli coniuga le algide geometrie della messinscena, il ritmo serrato del montaggio (superfluo sottolineare l’influenza che gli adrenalinici inseguimenti tra “macchine” in dinamici spazi avranno negli action movie a seguire) con momenti melodrammatici che elevano la “temperatura” emotiva.
L’alfabeto emozionale che il giovane John insegna al paterno T-800 (A. Schwarzenegger con sublimi vette di autoironia e spiragli di “empatia”) è un percorso di consapevole “codificazione” di un mondo interiore che svela definitivamente lo spirito umanista del regista che non può che chiosare con queste esplicative parole: “Se una macchina può imparare il valore della vita umana forse possiamo farlo anche noi”.