Se non fosse stato per la prestigiosa vittoria al nostrano Fantafestival 1989, Tetsuo sarebbe stato probabilmente pressoché ignorato dalla critica occidentale dell’epoca, come purtroppo accadde per i coevi lavori di Kiyoshi Kurosawa, Gakuryū Ishii e perfino Takeshi Kitano. La folgorante opera prima di Shin’ya Tsukamoto si è invece guadagnata fin da subito lo status di film di culto, di oggetto di studio e discussione.

La scarna vicenda verte sulla vendetta di un uomo nei confronti di un tipico salaryman giapponese e della sua compagna, rei di essere fuggiti dopo averlo investito in auto, ma non è certamente nell’intreccio che risiede la ragion d’essere di Tetsuo. Questo film è piuttosto un viaggio allucinato e allucinante, un incubo erotico figlio di Eraserhead e Videodrome sul destino dell’organismo al tempo della meccanizzazione industriale.

Entrando in contatto col metallo i personaggi subiscono infatti mutazioni psicofisiche irreversibili e sempre più opprimenti, diventando a loro volta fautori dell’ossessione fagocitatrice e distruttiva della macchina. Tsukamoto attinge all’immaginario cyberpunk giapponese – su tutti Akira, il cui antagonista si chiama proprio Tetsuo – e lo trasferisce nella quotidianità, proponendo una distopia organica piuttosto che politica. Il corpo è vita, istinto di sopravvivenza, pulsione anche autodistruttiva, piacere o dolore. La macchina è però ben più potente e pervasiva, si innesta nel corpo e lo sostituisce come un cancro, tradisce lo scopo utilitaristico per cui è stata ideata e impone la sua logica disumanizzante.

Dove la “nuova carne” del capolavoro cronenbergiano si poneva come artificiale continuazione dell’evoluzione umana, il “game over” di Tsukamoto ha un sapore nichilista, di sostituzione violenta e irreversibile, inevitabile in società non più a misura d’uomo. Non solo il riferimento al salaryman, emblema della schiavitù salariale nipponica, ma anche la rappresentazione della città, alternando cunicoli bui e claustrofobici con grattacieli torreggianti e opprimenti, concorrono alla definizione di uno spazio alienante e autosufficiente in cui la figura umana rappresenta tuttalpiù un intralcio, e diventerà una cifra stilistica di successivi film urbani di Tsukamoto (Bullet Ballet, Tokyo Fist).

Già con Tetsuo, l’autore giapponese pone le basi di quello che sarà il suo cinema: mondi ostili popolati da personaggi fragili e nervosi, inquadrature frenetiche e opprimenti accompagnate da rumori sgraziati. Insieme a Gemini, Tetsuo è infine uno dei pochissimi lavori di Tsukamoto che affronti il tema dell’erotismo, e in questo frangente si nota l’influenza del cinema di Kōji Wakamatsu. Anche la sfera sessuale è dominata dal mostro meccanico, che si manifesta dapprima come visione sodomizzante poi come potenziamento disfunzionale, andando a rimpiazzare il pene del protagonista con una grossa trivella, infeconda e omicida, che del corpo originale mantiene solamente la memoria muscolare/motrice.

La corruzione del metallo è totalizzante, inarrestabile, e quell’iconico “game over” che chiude Tetsuo suona quindi apocalittico, la constatazione a posteriori di un fenomeno sottovalutato troppo a lungo, e non rimane che rassegnarsi a venire fagocitati dalle sue nefaste conseguenze.