Nonostante una carriera decisamente breve – appena quattro film in una decina di anni – Shu Shuen Tang è riuscita a lasciare un segno nel cinema di Hong Kong, e non solo per essere stata tra le prime donne registe della nazione. Pioniera dell’avanguardia e attenta studiosa del cinema europeo, l’autrice di origine cinese ha influenzato non pochi registi della Hong Kong New Wave. The Arch è il suo folgorante film d’esordio, l’adattamento di un racconto popolare cinese ambientato nel diciassettesimo secolo.
L’arco a cui allude il titolo è un monumento che verrà eretto in onore della signora Tung per magnificarne la condotta esemplare. Il suo merito consiste nel non essersi risposata dopo la vedovanza, come la tradizione richiede, e di essere rimasta al suo posto nell’abitazione-scuola del defunto marito. Sua figlia e sua suocera convivono con lei, ma la richiesta di ospitalità da parte di un capitano dell’esercito smuove il casto equilibrio della famiglia.
L’intreccio è minimo e gli snodi narrativi ridotti all’essenziale, il punto focale del racconto è piuttosto il conflitto psicologico della protagonista, la lotta interiore fra il desiderio passionale per il capitano e il mantenimento della presunta virtù da cui deriva la sua smodata stima. Di pellicole che mostravano la repressione femminile, anche negli anni intorno al ‘68, i cinema erano pieni. Spesso però il sacrificio delle libertà individuali delle protagoniste veniva visto come il male minore, una sofferenza spiacevole ma preferibile alle alternative.
In The Arch, al contrario, la tradizione liberticida viene provocatoriamente indicata per quella che è, senza esitazioni né mezzi termini e la scelta della signora Tung, rimanere vedova cedendo sua figlia in sposa al capitano, assume i connotati di una costrizione crudele e immotivata. Già dall’esordio l’autrice si pone all’insegna della rottura e rimarrà fedele a questo principio nell’ancor più provocatorio China Behind (1974).
La tecnica registica adottata non è meno anticonvenzionale. Da un lato c’è il persistente ricorso a prolungati campi medi - immortalati dall’acclamato Subrata Mitra, già collaboratore di Satyajit Ray – che implicano un andamento contemplativo e una messinscena tipicamente teatrale, artificiosa. Spiccano per contrasto, dall’altro, fulminee licenziosità sperimentali di sdoppiamento dell’immagine o improvvisi inserti di montaggio che rompono la continuità.
D’altronde la messinscena è articolata anche attorno al ruolo significativo che i personaggi possono occupare nello spazio, giocata sulle dicotomie sovrapponibili interno-esterno/madre-figlia/vedova-nubile, e quegli spezzoni di montaggio sottolineano la possibilità per la protagonista di fuggire dalla sua condizione solo nella sua mente. Al centro della vicenda si trovano tre donne con tre opinioni diverse sul conformismo, dalla più arresa alla più agguerrita. Nel mezzo la signora Tung e le sue lacrime di frustrazione, smorzate in un dialogo interiore dalle aspettative altrui.
The Arch è un film complesso, non immediatamente accessibile, un’occasione per riflettere emotivamente sul valore della normatività.