Cosa ne è della voce nell'epoca d'oro del cinema muto? Antoinette, giovane in cerca di fortuna, lascia la casa paterna per consacrarsi al canto lirico al Palais de Paris. Ma gli impresari la valutano solo per le sue grazie: le infilano un costume “da puritana”, ma basta un gioco di luci per trasformare il tutto in uno spettacolino erotico. Il cabaret ha soppiantato l'arte colta, l'artificio visivo ha eclissato la concretezza della voce. Licenziata insieme all'amica sarta, Antoinette fugge teatro, ma forse dovrà fare i conti con le aporie di tali antinomie.

La maschera, in fondo, sembra uno strumento essenziale per l'ascesa sociale: la modesta sarta si rivela in realtà una baronessa che sperpera l'intera pensione una settimana all'anno per travestirsi da gran dama dell'alta borghesia. Le due si trasferiscono così in un altro teatro, l'Eden Palace, popolato da ricchi pretendenti. Anche Antoinette si traveste, da figlia della baronessa, scoprendo a poco a poco il piacere sottile della recita amorosa.

Scritto da uno storico sceneggiatore di Lubitsch, Hans Kraly, il maestro tedesco ritorna non solo nell'utilizzo meta-cinematografico del kitsch, ma soprattutto nelle innumerevoli gag con le sontuose scenografie di questo palazzo biblico. Richard, incantato dalla bravura di Antoinette, scruta la reazione alla sua dichiarazione d'amore dallo spioncino di una porta; più tardi, la ragazza cela l'innamorato dietro quell'uscio per non farlo presentare alla baronessa; nel finale, da una porta, il passato irrompe a far cadere la maschera, ma nella sua semisvestita fuga Antoinette, tra gli sguardi eccitati del pubblico, si riappacificherà definitivamente con il cabaret. Cosa significa amare oltre la maschera?  Forse vivere l'artificio a proprio modo e non secondo le modalità mercificanti del mondo dello spettacolo.

Oltre al tipico gioco lubitschiano con le porte, Milestone pensa ancora più grande e anima l'intero palazzo: Antoinette e Richard cercano di comunicare da due stanze diverse accendendo e spegnendo continuamente la lampada, innescando una reazione a catena che contagia tutto l’edificio. Questo palazzo del tutto cinematografico tenta anch'esso di superare il linguaggio verbale (la necessità della voce), di comunicare in altro modo, e da un altro mondo, quello del mito, in cui Antoinette e il suo pretendente sarebbero i nuovi Adamo ed Eva.

La centralità del set nella messa in scena spinse lo storico William K. Everson a proclamare lo scenografo William Cameron Menzies vero “autore” del film. Dove risiede, allora, l'autorialità di Milestone? La futilità di alcune peripezie per il solo piacere della gag (vedi il corteggiamento della baronessa da parte dello zio di Richard) sembra lontana dal rigore essenziale del tocco lubitschiano. Milestone pare rapito dalle rapide scorribande attraverso questo sconfinato set, quasi anticipando le interminabili rincorse dei soldati di All’ovest niente di nuovo: lì punteggiate dagli scoppi delle bombe, qui dalle esplosioni delle gag.