Il protagonista di Tienimi presente è di Aversa, si è laureato in informatica anche se nella vita vorrebbe fare il regista e, dopo un trasferimento a Roma per tentare di inseguire il suo sogno, è tornato scornato a casa dei genitori dopo aver trovato solo indifferenza e porte chiuse, deciso a lasciar perdere con il cinema.

Esattamente come è accaduto nella vita al regista della pellicola Alberto Palmiero, che col detto protagonista condivide anche il nome oltre a interpretarlo, mentre i reali genitori, fidanzata e amici di Palmiero ne recitano i rispettivi ruoli sullo schermo utilizzando il loro vero nome.

Di diverso c'è che, mentre nella finzione il produttore Gianluca Arcopinto illude solamente Alberto a un interessamento verso il suo lavoro e Marco Bellocchio nemmeno lo nota sul set di Portobello (entrambi compaiono, ça va sans dire, nel ruolo di se stessi), nella realtà i due hanno prodotto assieme a Simone Gattoni questo esordio fieramente fragile e ostinato.

A cavallo fra autofiction e reenactment di fatti accaduti, Palmiero non porta in scena solo una storia ombelicale “di cinema” ma il ritratto più complessivo di una generazione silente e zittita, in bilico fra rassegnazione e fuga, sdoppiata tra una lancinante invisibilità e una tenerissima solidarietà fra pari, come quella col grande amico Francesco, musicista (interpretato da Francesco Di Grazia, autore anche della colonna sonora).

A dispetto di svariati momenti comici – l'anziano che dopo aver guardato Alberto in faccia gli cede il posto a sedere, i parenti che lo ignorano relegandolo al tavolo dei bambini per poi farsi attentissimi appena gli viene chiesto cosa voglia fare della sua vita, la ricerca on-line delle altezze di vari famosi registi per verificare di avere la statura per esserlo – Tienimi presente ha il coraggio di non nascondere la propria tristezza dietro una coltre di ironia ma di farla, giustappunto, quietamente presente.

Per quanto mostri come il primo Nanni Moretti un'inclinazione all'episodicità della struttura narrativa, Palmiero non ha bisogno di nessun Michele Apicella per raccontare la storia della sua crisi. E se i suoi modi sullo schermo sono timidi e incerti, nella vita di fatto ha tenuto fede all'impegno che si era dato di girare almeno una scena a settimana, per i due anni che hanno portato alla realizzazione del film.

Che ora è lì ed esiste, senza nessun guizzo dimostrativo da opera prima, senza nessun compiacimento linguistico, misurato e sensibile come il suo protagonista/regista. Forse gli manca solo un pizzico di audacia in più. D'altronde la fiducia in se stessi va costruita dall'interno e rinforzata dall'esterno.