Nel 2006 Satoshi Kon firma il suo testamento filmico, per poi andarsene prematuramente quattro anni dopo, proprio mentre nelle sale statunitensi viene distribuito Inception di Christopher Nolan, che pare in parte ispirato all’opera testamentaria di Kon. Paprika è il capolavoro riassuntivo dell’intera poetica del suo autore, uno dei maestri contemporanei dell’animazione giapponese che nella sua breve parabola artistica è stato in grado di intrecciare i temi del sogno e della memoria attraverso uno stile unico, che mescolava realismo e surrealismo, violenza e poesia.
Altrettanto importante è il suo penultimo lungometraggio, Tokyo Godfathers, una rilettura personalissima di alcuni topoi del cinema classico americano, senza tralasciare le influenze europee, ma restando pur sempre ancorato a una matrice culturale nipponica. Sia nello stile grafico che nella mescolanza di generi e nella struttura narrativa spiccatamente melodrammatica. Tokyo Godfathers parte dalla fonte letteraria statunitense The Three Godfathers di Peter B. Kyne, già trasposta su grande schermo nel 1948 da John Ford con In nome di Dio, classico intramontabile del western americano.
Kon, pur riproponendo lo schema narrativo del capolavoro fordiano e lo struggente senso di solitudine dei personaggi, prende le distanze dal virile cameratismo che abita il modello americano a cui guarda, preferendogli dei protagonisti appartenenti a identità di genere differenti. I fuorilegge dal cuore d’oro del film di Ford diventano un ubriacone, una transessuale e una adolescente, legati dalla medesima condizione sociale, una miserabile esistenza da homeless. Tre bizzarri sottoproletari che salvano una neonata durante la vigilia di Natale e cercano di riconsegnarla alla madre, intraprendendo così un simbolico cammino di redenzione espiando le proprie colpe passate.
Satoshi Kon, qui coadiuvato nella scrittura da Keiko Nobumoto (sceneggiatrice nota soprattutto per Cowboy Bebop), rilegge il classico percorso di espiazione che trasforma i miserabili in eroi, amplificando l’atmosfera natalizia in un incubo metropolitano innevato che fa pensare ad alcune commedie di Frank Capra, sospese tra la cupezza stritolante del capitalismo e un’edificante possibilità di riscatto.
All’interno del costrutto narrativo, Kon non rinuncia alla sua abituale commistione di realismo e surrealismo, anche se rispetto alle opere precedenti la seconda componente viene tenuta a briglia corta, concentrandosi maggiormente sul coté melodrammatico della vicenda, con una sorprendente dimensione queer dal sapore fassbinderiano, che si polarizza attorno al personaggio della transgender Hana.
I flashback, come spesso accade nel cinema di Kon, hanno una vocazione tragico-patetica e in questo caso servono a descrivere la vita dei tre protagonisti prima che diventassero dei senzatetto. Ma la tragedia urbana, percorsa da una vena umanista degna del miglior Kurosawa, si accende di folgoranti bagliori comici che sembrano provenire dalla più pura tradizione manzai (forma di cabaret giapponese).
Tokyo Godfathers funziona benissimo tanto sul versante dello struggente melodramma, quanto su quello di una comicità acutissima e fulminante, ma non tralascia nemmeno degli elementi noir (sottolineati da alcune descrizioni estetiche della periferia cittadina più miserrima) e ovviamente una perturbante rilettura adulta del fiabesco, cuore nero di tutta la poetica di Kon.