La ricerca di un senso per i traumi del proprio passato è il nucleo emotivo di Toni, mio padre, lungometraggio di Anna Negri che parte dal tragico errore giudiziario nei confronti di suo padre, Toni Negri, accusato nel 1979 di essere la mente occulta delle Brigate Rosse.

Anna incontra suo padre, negli ultimi mesi della sua vita, a Venezia e qui inizia un dialogo con lui, per cercare di dare una spiegazione – emotiva – a quanto avvenuto più di quarant’anni prima e, allo stesso tempo, scavare a fondo di un rapporto padre-figlia violentemente interrotto e mai più ripreso. I momenti di confronto tra i due si alternano al materiale di repertorio raccolto da Anna, un flusso di immagini d’archivio che non racconta solo una storia intima, privata – quella di Toni e della sua famiglia – ma anche un frammento importante della Storia italiana, quello che inizia nel 1968 e prosegue per tutti gli anni di piombo.

Toni, mio padre ha la capacità di rendere partecipe chi guarda sia della prima storia, decisamente più emotiva e fragile, sia della seconda, epocale, drammatica e violenta. Questo grazie alla dimensione intima e quotidiana che la macchina da presa restituisce nei confronti diretti tra Toni e Anna, il cui bisogno di risposte si scontra con l’incomunicabilità e le barriere tra due generazioni lontane, che non hanno più punti di riferimento condivisi. Se gli anni Sessanta e Settanta sono stati anni di ribellione e tentate rivoluzioni, quel sogno è via via scemato, lasciando un profondo rimpianto e un irreversibile senso di ingiustizia nella generazione di Toni e tanti dubbi senza risposta in quella di Anna.

Questi lunghi confronti tra i due personaggi peccano talvolta di un’eccessiva ridondanza e prolissità, ma consentono tuttavia di far emergere quello che è forse lo spirito più interessante di Toni, mio padre, che non ha a che fare con il racconto della vicenda giudiziaria, né con la storia stessa della famiglia Negri. È una tensione meta-cinematografica, che porta a riflettere sul senso stesso del fare cinema e, in particolar modo, fare cinema su ciò che si è vissuto in prima persona, sulle ferite che hanno segnato il proprio corpo. Anna, regista ma anche figlia, è combattuta: da un lato, come figlia, vorrebbe comprendere lati di suo padre che non ha mai compreso, dall’altro, come regista, sa che per portare a termine il suo film deve andare a fondo di certe questioni, anche se ne ha paura.

Toni, mio padre, smette quindi di essere un film su Toni Negri e diventa a tutti gli effetti un ragionamento sul cinema documentario, autobiografico, sul mettersi a nudo davanti alla macchina da presa. Ciò avviene senza retorica, ma anzi, con l’abilità, non scontata, di elevare questa tensione a un livello universale. D’altra parte, nel caso di Anna Negri, questo mettersi a nudo è ancora più significativo: Toni, mio padre è indubbiamente il suo film più intimo e personale, arrivato dopo una carriera dedicata principalmente alla serialità televisiva, tra produzione generalista e streaming, e a qualche lungometraggio di finzione.

Con Toni, mio padre Anna si mette per la prima volta davanti alla macchina da presa, diventa un corpo narrativo, prendendo parte a un diario per immagini di cui non è più solo autrice.