Nel 1992 con Mariti e mogli Woody Allen conclude una delle sue fasi più cupe e aspre, in cui vita privata e cinema si mescolano senza soluzione di continuità e dove temi come morte, religione e filosofia vengono espressi senza il tipico divertimento comico che ha reso celebre l’autore. Successivamente Allen pare prendersi una pausa, attraverso una rosa di titoli che puntano al meta-cinema, alla riflessione teorica sull’arte in rapporto all’esistenza, attuando una rievocazione del canone classico e rivisitandolo opportunamente attraverso la sua ironica malinconia.
Tutti dicono I Love You appartiene a questo gruppo di opere in apparenza leggere e disimpegnate, ma che in realtà proseguono un preciso discorso da sempre caro a Allen, lo scorrere del tempo legato alle proprie passioni monomaniache e all’imbarbarimento culturale e ideologico. Everyone Says I Love You è del 1996, un anno prima del capolavoro acido e autolesionista Harry a pezzi a cui segue il caustico e disperato Celebrity. Due opere che si pongono perfettamente in linea con il film in questione, ma opponendovi un linguaggio diametralmente opposto.
La prima e unica vera commedia musicale di Allen è in superficie un omaggio al cinema classico hollywoodiano (non solamente musical), ma è anche una nuova radiografia della upper class newyorkese, con i propri difetti, vizi e sensi di colpa generazionali. Un mosaico vivace e variopinto che incastra più personaggi di età eterogenea all’interno di una cornice comico-sentimentale.
Tutti dicono I Love You è un inno a un tempo perduto, a un cinema di cui possiamo solamente celebrare i fantasmi e da questo punto di vista Allen è talmente chiaro che gioca persino la carta del fantastico, attraverso una sequenza in cui i morti tornano dall’aldilà per danzare e un duetto, tra lo stesso Woody e Goldie Hawn, in cui si abbatte la forza di gravità volteggiando elegantemente in aria.
Il trucco ottico in stile commedia per famiglie disneyana, serve a Allen come lente di ingrandimento per questa sua apologia del classico che sta a metà fra il canto funebre e la taumaturgia teorico-ideologica. Il film celebra con gioioso senso della sconfitta l’ultimo sguardo possibile sull’happy ending cinematografico, a cui fanno eco i già citati Harry a pezzi e Celebrity, come conseguenti escatologie di una visione filmica ineluttabilmente defunta, che non è più in grado di dialogare con il presente.
Everyone Says I Love You, guarda dichiaratamente alla screwball comedy hawksiana e alla sua estensione musicale (Gli uomini preferiscono le bionde), attraverso un intreccio romantico-umoristico in cui lo status socio-economico è il perno attorno al quale ruotano i personaggi e le loro vicende e da cui nascono malintesi, sotterfugi matrimoniali, amori non corrisposti e sentimenti che si rinsaldano.
Per Allen il musical non è pura e semplice joie de vivre, un sogno dorato in cui crogiolarsi beatamente, ma un rifugio necessario per sopportare il declino del contemporaneo, l’elegiaco richiamo da un altrove in cui l’arte trionfa sulla pochezza dell’esistenza umana.
I movimenti di macchina laterali che introducono i personaggi, seguendoli a distanza mentre camminano per le strade newyorkesi, è un gesto complice e discreto che Allen ripete nuovamente. Approccio lineare che viene spezzato da improvvise ascensioni vocali e corporee (la già citata sospensione aerea di Goldie Hawn) e stornato nel film successivo in una discesa verso il basso. Verso la gravità e la grevità di un Ade personale e autodistruttivo.
Tutti dicono I Love You è una sorta di paradiso perduto, a cui fa ineluttabilmente seguito l’inferno di Deconstructing Harry.