Con il suo secondo lungometraggio, premio della giuria nella sezione “Un Certain Regard” all’ultimo festival di Cannes, Simón Mesa Soto racconta il fallimento di un poeta. Dietro la poesia, scelta dal regista per raccontare un periodo di crisi e difficoltà che ha vissuto in prima persona, si nasconde una riflessione più generale sull’arte e sulla sua tragicomica incomunicabilità con la vita.

Siamo a Medellín. Oscar Restrepo (Ubeimar Rios) è un poeta fallito che da giovane ha vinto dei premi per le sue prime raccolte, poi ha abbandonato l’insegnamento universitario per dedicarsi completamente alla poesia, ma senza successo. Ora Oscar è un “antiquato dinosauro / portatore di affanni”: un cinquantenne disoccupato che vive con la madre malata e cerca di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente. Lo vediamo lanciarsi in allucinate e solitarie autocelebrazioni delle sue opere al circolo di poeti che frequenta abitualmente o mentre declama, ubriaco e in piena notte, Notturno di José Asunción Silva.

In perenne difficoltà economica, ma incapace di rinunciare alle sue aspirazioni e accettare il fallimento, Oscar si rifugia nell’alcol perdendosi sempre in di più. Costretto dalla sorella a insegnare in un liceo, l’uomo conosce Yurlady, una studentessa che un talento innato per la poesia. Oscar decide di aiutare la ragazza, che viene da una famiglia povera, facendola partecipare a un concorso. In questo tentativo di salvarla e salvarsi il protagonista trova un equilibro precario minacciato dai suoi demoni interiori e dal cinismo del mondo.

Poeta, poesia, poema sono parole che occupano la prima parte del film ripetute come se fossero piene di un senso profondo, che lentamente si sgretola e scivola fra le dita del protagonista lasciando il posto a una realtà a volte cinica a volte drammatica, fondamentalmente in contrasto con l’arte, o almeno con la visione idealizzata di Oscar. Mesa Soto riesce a rappresentare in modo elegante questa mancanza di sintonia fra i sogni artistici del protagonista e la vita, in disaccordo come la musica spesso tagliata dalle immagini e come le inquadrature quasi sempre asimmetriche. La simmetria ritorna solo in un fotogramma, nell’unico abbraccio, e atto d’amore, che viene concesso a Oscar in tutto il film come un punto, precario, di equilibrio.

La fotografia del film, girato quasi interamente in pellicola 16 mm, è calda e accoglie il corpo da Sileno del suo protagonista, interpretato da Ubeimar Rios, poeta e insegnante qui alla sua prima apparizione cinematografica. Mesa Soto, che ha dichiarato di aver pensato inizialmente ad un attore professionista per Oscar, ha trovato in Rios un volto perfetto, che incarna la fragilità del personaggio ma gli conferisce anche la verve comica che rappresenta forse l’aspetto più particolare del film. Sul corpo e sul volto di Rios convivono dialoghi toccanti e sprazzi di comicità fisica.

Così Un poeta, anche senza elementi di trama particolarmente innovativi, vive di intuizioni felici proprio nel saper unire la comicità che nasce dallo spaesamento di Oscar e dal suo distacco utopistico dal reale, evidente nel campo e controcampo con il poster del suo idolo José Asunción Silva, con una realtà grottesca, cinica e drammatica. Questo disaccordo permette al film di toccare momenti profondi, soprattutto nel racconto dei rapporti famigliari in un mondo di padri assenti e ragazze abbandonate, senza cadere nel patetismo.

Colpisce il confronto fra l’opera di Mesa Soto e un altro film presentato a Cannes 2025: La mattina scrivo di Valérie Donzelli. Le due opere si assomigliano per il tema dell’ispirazione, dell’incomunicabilità fra lo scrittore e il reale e della sofferenza come fondamento dell’arte, ma sono in realtà diversissimi fra loro. Mesa Soto riesce, per chi scrive, là dove il film di Valérie Donzelli è più debole e cioè nel saper cogliere la fragilità dell’artista, e dell’uomo, senza esaltazione, anzi con uno sguardo dissacrante nei confronti del mondo dei poeti, dei circoli letterari e dei concorsi. Ma Mesa Soto non cerca nemmeno di assolvere il suo protagonista: ne coglie la fragilità senza giudizio.

Alla fine della poesia restano solo dei poster dagli occhi vuoti. Rivelare dietro di loro la parete spoglia e consolarsi in un abbraccio è forse l’unico modo per riappropriarsi dell’esistenza e dei suoi, inevitabili, disaccordi. Un atto complesso e, a suo modo, poetico.