Una battaglia dopo l’altra inizia tra le detonazioni e gli idealismi del gruppo rivoluzionario French 75 contro un manipolo di suprematisti a capo di alcuni centri di detenzione per immigrati. Bob Ferguson (Leonardo Di Caprio) e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor) uniscono i loro corpi e imbracciano le armi al grido di Viva la revolución prima che la donna venga catturata e l’uomo si ritrovi, anni dopo, a badare alla figlia Willa (Chase Infiniti); Bob, ormai copia sbiadita e imbolsita del giovane eversivo di un tempo, è braccato dal colonnello Lockjaw (Sean Penn), che mette gli occhi su Willa ricordando la sua ossessione per Perfidia.
Paul Thomas Anderson lascia la San Fernando Valley e gli anni ‘70 di Licorice Pizza e torna ad adattare, questa volta in modo molto libero e personale, un altro libro di Thomas Pynchon, Vineland. Se Vizio di Forma appariva come un lento e lisergico trascolorare della scrittura nelle immagini attraverso le dissolvenze incrociate di un neo-noir passatista (ancora gli anni ‘70, però a Gordita Beach, in un tempo proustiano velato di malinconia e fantasmi), Una battaglia dopo l’altra, che rispetto al romanzo sposta gli eventi, dagli anni Sessanta alla prima decade dei Duemila e arriva, anziché alla metà degli anni Ottanta, al tempo presente, è carne, muscoli, testosterone e rivoluzioni accartocciate su un tapis roulant che accoglie una vera e propria mostrificazione politica: ribelli disadattati, “pionieri del Natale” – come si definisce Lockjaw – ottusi suprematisti bianchi, sette messianiche che odiano il melting pot, militari ultradopati.
In quello che è il suo film più idealista, o meglio, un caustico affresco satirico che sottende un idealismo romanticizzato, Anderson concepisce un “falso movimento” in cui forze contrapposte si agitano, strepitano, fanno correre veloci deliri ideologici e proiettili senza modificare sostanzialmente nulla, perpetrando il disordine e cercando di tenere insieme i cocci del quasi disintegrato vaso di Pandora; proprio ciò che Pynchon ci fa leggere nel suo gioco di composizione e ricomposizione del bailamme postmoderno.
Come sempre i microcosmi messi in scena si giustappongono gli uni agli altri come le formelle di una cattedrale, e anche in questo decimo lavoro, quando pathos e logos si incrociano, in un ordine (registico) che dilaziona duelli verbali, ritmo rapsodico e incontri-scontri (tornano le mitologie dei padri colpevoli e dei figli riottosi e la somma pietas che il regista elargisce a piene mani), il caos è l’unica regola.
Musicalmente circoscritto dalla colonna sonora ossessiva di Jonny Greenwood e incorniciato in una visuale che fa scomparire gli orizzonti fordiani – pur recuperando il deserto che rievoca un western d’atmosfera – Una battaglia dopo l’altra è un film di “nicchie”, sempre al confine tra apertura e chiusura, tra natura e cultura, vivificato da un incessante lavoro di accumulazione, ricorsività, frammentazione. “There will be blood”, ma dall’epica fondativa, nerissima come il petrolio che zampilla nel capolavoro del 2007, si arriva a un arzigogolato racconto di maschere grottesche, di una processione di freak e outsider che credono di poter cambiare il mondo, eppure, come dice la voce over, “il mondo non è cambiato poi granché”; resiste, però, la candida illusione (giovanile, recuperata in un impasto di controcultura, blaxpoitation e vario cinema di genere) di un romanticismo espanso nel formato VistaVision.
Tutti i personaggi che si muovono sullo scomposto scacchiere provano ad abitare e colonizzare il proprio piccolo mondo senza avere la minima consapevolezza dell’universalità, cercano di stare a galla combattendo la propria guerra privata, al di là del bene e del male; una poetica del “circolo chiuso”, ma anche di resistenza tra le maglie di un eterno presente. Film di “nicchie” che oppongono feroci chiusure (in primi e primissimi piani, con riprese claustrofobiche e disorientanti persino durante il mirabile inseguimento a tre on the road, tra le città tortuose e il deserto) ad aperture che offrono, più che redenzioni e seconde possibilità, un continuum generazionale, un happy end che sa di poetica riconciliazione.
Visibile, tangibile e quasi trans-temporale, il miracolo che compie Anderson: una satira action corrosiva e a tratti caricaturale, partendo da un’epopea gangster rivoluzionaria e approdando a una grottesca commedia di caratteri che descrive, sotto forma di distopia (oggi più che mai super realista), l’America di ieri e quella contemporanea; siamo in fin dei conti nell’epoca del Caos, quello che Gadda chiamerebbe “garbuglio”: un’impura, rizomatica e caotica razionalità”.