La leggerezza di un meraviglioso Maurice Chevalier si unisce al tipico “Lubitsch Touch” per offrire allo spettatore 80 minuti di sofisticata commedia in Un’ora d’amore (One Hour with You), rifacimento datato 1932 del film firmato dallo stesso autore nel 1924, Matrimonio in quattro (The Marriage Circle).
Sfruttando appieno le potenzialità del sonoro, il regista tedesco naturalizzato statunitense riscrive per immagini l’opera teatrale di Lothar Schmidt Only a Dream (1909) creando un balletto a quattro che non lascia lo spettatore nella posizione di passivo osservatore ma lo coinvolge direttamente attraverso le interpellazioni di Chevalier, che a più riprese guarda in camera spiegandoci i suoi sentimenti e confidandoci i suoi conflitti interiori.
La posizione in cui si trova è infatti molto delicata: il suo felice matrimonio è turbato dall’incontro con Mitzi, un’amica della moglie che, un po’ per gioco un po’ per sincera attrazione, decide di sedurlo. L’idillio con Colette (Jeanette MacDonald) rischia di spezzarsi perché, nonostante l’amore appassionato che lega gli sposi, la tentazione rappresentata dalla donna che André si ritrova in taxi è troppo forte. Inizia così un susseguirsi di situazioni comiche in cui l’uomo alterna agli sforzi per sottrarsi alle avances della spasimante i goffi tentativi di nascondere alla moglie la sua infatuazione.
Lubitsch – che a causa della contemporanea realizzazione di L’uomo che ho ucciso (Broken Lullaby) dovette dividere la direzione del film con George Cukor, con il quale scoppiò più di uno spiacevole dissidio – inserisce sapientemente i cliché della classica commedia degli equivoci in una struttura narrativa moderna anche per l’epoca, in cui si passa da uno status quo dove la società richiede “clean up parks and more prosperity” (in una delle prime scene i poliziotti “ripuliscono” i parchi pubblici dalle coppiette che si scambiano effusioni) all’accettazione di una sorta di coppia aperta in cui l’equilibrio tra le parti non è gestito dall’intervento di una morale esterna ma è determinato dai diretti interessati.
Se infatti all’inizio del film André e Colette possono giustamente rifiutarsi di interrompere i loro baci tra le siepi perché sono sposati (quale ribaltamento di prospettiva, qui! Siamo indotti a pensare dalla costruzione narrativa che siano anch’essi una coppia clandestina o illegittima e invece…), nella conclusione si esplicita il fatto che nessuno ha il diritto di intromettersi all’interno di un matrimonio per imporre delle regole.
Uscito negli Stati Uniti tra l’approvazione del Codice Hays (1930) e la sua effettiva applicazione (1934), Un’ora d’amore tratta il tema dell’adulterio con ironia e con un’apparente levità che cela una presa di posizione non scontata. Se la comicità è in alcuni momenti esilarante (il saluto tra gli sposi assimilato alla partenza di un soldato per il fronte, con tanto di marcia militare!), anche l’arguzia di certe battute reclama la sua dose di risata intelligente (“Se ti dico la verità mi credi?”, “No”), mentre qua e là spuntano allusioni a questioni pruriginose sotto vari aspetti, sessuali (“When are we gonna be gay?”) o etici (la rivoluzione francese paragonata implicitamente alla rivoluzione del costume).
Se i numeri musicali (testi di Leo Robin musicati da Oscar Straus) sono certamente un punto di forza del film, con canzoni ormai di culto come Oh! That Mitzi e l’eponima One Hour with You, anche i monologhi dei personaggi sono notevoli dal punto di vista linguistico e poetico: molti sono infatti pronunciati – con estrema naturalezza – in versi rimati, a partire da quello in apertura declamato dal poliziotto fino ai numerosi di Chevalier, che offrono al cantante francese l’occasione per sfoggiare la sua tipica parlata inglese caratterizzata da un sensuale accento parigino.
Ricordiamo che di questo film Lubitsch girò contemporaneamente anche la versione francese, Une heure près de toi, con Lili Tabita al posto di Geneviève Tobin ad interpretare il personaggio di Mitzi.