Il titolo del film si presenta sul quadro nero di apertura con il familiare carattere testuale di tutto il cinema di Allen, ma con la sequenza delle parole che lo compongono in verticale invece che in orizzontale: una riga per ognuna delle tre. Vuole forse dirci l’autore newyorkese che Vicky, Cristina e Barcellona sono ciascuna un’entità che nei minuti a seguire, appena 96 come da regola del breve minutaggio alleniano, farà storia a sé? Possibile.
Due amiche, Vicky e Cristina, approdano dagli Stati Uniti in terra di Spagna sorridenti e leggere, descritte da un onnisciente commento maschile in voce over come in procinto di passare i mesi estivi a Barcellona ospiti di facoltosi amici di famiglia di Vicky. Un attimo, e dalla contestualizzazione esterna si passa a quella più intima: il narratore è autorizzato ad informarci senza soluzione di continuità niente meno che dell’opposta visione delle nostre sull’amore, applicando ad essa il medesimo tono cronachistico appena riservato alle questioni pratiche della vacanza catalana. E a suggerire che convinzioni e aspettative di ognuno sui sentimenti equivalgono, quanto a potere di incidenza sulla sua vita sentimentale, alla scelta dell’orario per il pranzo o del colore del vino della bottiglia da consumare durante. Ma siamo avvisati: Vicky (Rebecca Hall) valuta sopra ogni altra cosa stabilità e affidabilità, Cristina (Scarlett Johansson) passione e scoperta.
Complici il sole mediterraneo e la suggestione della chitarra classica, la rigidissima Vicky, prossima alle nozze con l’ordinario Doug, si concede sorprendentemente a Juan Antonio (Javier Bardem), fascinoso pittore che dopo averla sedotta le preferisce Cristina, accolta rapidamente a vivere a casa sua. Da par suo, Cristina passa con disinvoltura dal focoso rapporto con lui a un ménage a tre chiuso dall’aspirante suicida MariaElena (Penelope Cruz), ex moglie di Juan Antonio e versione europea della “donna kamikaze” sogno ricorrente delle sceneggiature di Allen: sessualmente vorace e fuori controllo. Vicky, in totale confusione su di sé, non si toglie dalla testa Juan Antonio; Cristina lascia la trasgressione con gli ex coniugi per una pausa di riflessione sui suoi reali desideri.
Come in tanto suo cinema, Allen si interroga anche in Vicky Cristina Barcelona sui patimenti e le alternative dell’amor borghese, quello libero dalle rogne economiche che braccano la maggior parte delle relazioni, e che troviamo invece in Blue Jasmine, uscito nel 2013 e puntuale messaggero degli echi della crisi. Che sia Europa o America, estate o inverno, vacanza oltreoceano o routine ufficio-casa, il grande autore statunitense sembra dirci che gli esseri umani sono condannati a non sapere, e lui con loro, se l’amore romantico sia possibile o illusorio, quali gli elementi che lo rendono riconoscibile, se vada inseguito o evitato, se la passione sia fugace per natura, cosa chiedere a un rapporto sentimentale.
Poco importa se al terminal arrivi dell’aeroporto di Barcellona atterrino lo scetticismo difensivo di Vicky o l’abbandono conoscitivo di Cristina, opposte senz’altro, ma anche possibili fasi successive nell’evoluzione personale della stessa donna. Alla partenza verso casa troveranno entrambe la perplessità ad aspettarle, come ama spiegarci la voce fuori campo che non le molla un attimo nel corso del racconto, esaltando con il sarcasmo della sovrapposizione il senso delle immagini.
Finché Allen ci parlerà di amore confezionando opere di simile scorrevolezza, sintesi e qualità visiva, vessilli formali della velocità con cui nelle relazioni tutto si fa e si disfa, lasciandone ignoti a chi le vive gli aspetti più importanti, vogliamo Woody con noi, a proteggerci e consolarci, oltre che a fare ipotesi. Nota speciale per le adorabili camicette delle amiche.