Esilarante è l’inizio di questo ulteriore tassello di Comencini nella sua filmografia dedicata all’infanzia e al rapporto genitori e figli. Il piccolo Eugenio (Francesco Bonelli) viene abbandonato in mezzo alla strada da Baffo (Memè Perlini), un amico di famiglia che era andato a prenderlo dai nonni per portarlo da suo padre. Queste sono le premesse di un abbandono che vedremo perpetrarsi più e più volte nel corso di questo film frammentato, tra continui salti temporali.

Comencini ci racconta, con la sua solita ironia dolceamara, la vita di una coppia di sessantottini, Fernanda (Dalila Di Lazzaro) e Giancarlo (Saverio Marconi), diventati genitori per caso, quasi per noia o per inerzia. Il quadro generazionale che viene messo in scena, con estrema cura e vivacità, da un Comencini in piena forma, è sorprendente.

Da un lato ci sono i nonni, proletari da parte di lei e alto borghesi, con la puzza sotto il naso, da parte di lui, che cercano di tenere in piedi una famiglia decostruita dalla rivoluzione. Dall’altro i due scapestrati, irresponsabili ed egoisti, figli di un irreversibile cambiamento sociale. E nel mezzo il piccolo Eugenio, vittima dei conflitti degli adulti, troppo impegnati a pensare a loro stessi per prendersi le proprie responsabilità.

Gli unici in grado di pensare ad Eugenio sembrano essere i nonni materni, dove il piccolo verrà spesso scaricato dai genitori. Ma Comencini non risparmia nessuno, vecchie e nuove generazioni, evidenziandone le contraddizioni. Le uniche parole (spietatamente) sincere vengono proprio da Baffo, il quale dirà, senza peli sulla lingua, che i bambini vengono fatti per essere esibiti e filmati col Super8, come i cani.

Trasportato come un pacco postale, abbandonato, ignorato, incompreso, Eugenio trova compagnia tra conigli, oche, mucche e cani. Forse l’unico con cui riesce ad avere un rapporto umano è Guerrino, un ragazzino di borgata, costretto a lavorare per strada dal padre. Dopo lunghe ricerche, si scopre che Eugenio è in un fienile in compagnia di mucche e vitelli. Mentre gli adulti sono troppo impegnati a discutere su chi dovrà occuparsi di lui, Eugenio, con la complicità di Baffo, si incammina verso l’orizzonte con il cagnolino tanto desiderato.

Comencini, da grande regista del sentimento, sceglie la figura del bambino come portatrice di verità. L’intuito e la spontaneità infantile, liberi da ogni sovrastruttura, mettono in crisi i modelli identitari degli adulti. Uomini o donne, femministe, sessantottini, ricchi o poveri, vecchi o giovani, che siano, non c’è differenza: nessuno riesce ad avere la sensibilità per entrare in connessione col mondo infantile.

Nel descrivere le generazioni e i cambi di costumi e tradizioni, Comencini, anche nella vecchiaia, continua a raccontare, con estrema lucidità e arguzia, la nostra storia. Tra boom economico, consumismo, sessantotto, rivoluzione sessuale, ciò che continua a mancare, indipendentemente da tutto, è l’amore. Il sentimento d’amore, la sua mancanza e la sua ricerca, sembrano essere il cuore della poetica di Luigi Comencini e il vero filo conduttore che lega tutta la sua opera.