Yi Yi è un’epopea famigliare. Il regista taiwanese Edward Yang pone il pubblico di fronte alle varie generazioni che compongo la famiglia Jian e in questo racconto corale nessuno è lasciato solo; lo spettatore ha la possibilità di scoprire e affezionarsi a ogni personaggio, conoscendone le tribolazioni, lo stupore, quasi fosse un proprio amico o un membro della propria famiglia.

È difficile raccontare cosa succede in questo film. La trama di per sé non è poi così intricata – Nan-Jun è alle prese con il lavoro, la figlia Ting-Ting sperimenta i primi turbamenti amorosi, Min-Min soffre per la malattia della vecchia madre – e un pubblico poco attento potrebbe addirittura sostenere che in quasi tre ore non succeda nulla. Raccontare quest'opera è complesso poiché è la vita stessa che viene narrata: ogni personaggio rappresenta una diversa fase dell’esistenza umana, rivelata con una sensibilità unica, che genera inevitabilmente una forte empatia nell’animo di chi guarda.

Mentre Ting-Ting è a un appuntamento con Fatty, il ragazzo afferma che, da quando è stato inventato, il cinema permette di vivere tre volte di più poiché i film moltiplicano ciò che la vita ci permette di sperimentare. Il film di Edward Yang trasferisce sul grande schermo proprio questo concetto: guardare Yi Yi permette di godere non solo delle proprie emozioni di fronte alle scene che si susseguono, ma di addentrarsi tra le strade di Taipei e vederla con gli occhi di Yang-Yang, Ah-Di oppure Ota. Da questo punto di vista, si tratta di un'opera analizzabile in chiave metacinematografica, con una sceneggiatura è ricca di battute o azioni che permettono non solo di riflettere su questo film in questione, ma sulla gran parte del cinema contemporaneo (o per lo meno quello dal taglio più realistico).

Yang-Yang cerca di catturare, con la macchina fotografica regalatagli dal padre, ogni momento della sua vita di bambino. Tenta di inquadrare le mosche e cerca di cogliere lo sfarfallio delle luci al neon, fotografa la testa delle persone da dietro e cerca di comprendere sia la prospettiva degli altri che di catturare ciò che essi non possono vedere, come a voler ritrarre i punti ciechi della mente umana. Edward Yang, con quest’opera, fa esattamente lo stesso. Ricrea scene di vita più o meno quotidiana e cerca di fissare, attraverso le immagini, qualcosa che è di fatto impossibile replicare sullo schermo: l’io più profondo di una persona.

Vedere Yi-Yi è un’esperienza che travalica il confine della sala cinematografica. Dopo tre ore di questa odissea attraverso la banalità dell’esistenza umana, si fatica a lasciarsi alle spalle la famiglia Jian, così come si proverebbe dolore a salutare per sempre un amico di lunga data.