Ordine, chiarezza e semplicità sono le tre caratteristiche che il maestro Carducci richiede ai suoi allievi per la corretta stesura di uno scritto universitario. Insieme a un giovane e appassionato Pascoli, che riesce a ottenere il sussidio universitario, altri studenti superano la prova di fronte al “vate dell’Italia unita”: visi scintillanti colmi di vita, come i vividi ritratti che compongono l’intimo album familiare di Giuseppe Piccioni.
Questa scena di Zvanì, dodicesimo lungometraggio di Piccioni, definisce il senso profondo del cinema del regista ascolano, quasi a voler ribadire la cifra stilistica richiesta da Carducci: lontana dai toni monumentali e agiografici dei molti biopic usciti in questi anni, il film si mostra incentrato sull’ordine formale, sulla chiarezza di scrittura e sulla semplicità di una messa in scena che riesce, attraverso accenti visionari, a dar voce e forma a corpi e fantasmi, rincorrendo flashback e poetiche ellissi.
All’interno di ogni immagine che Piccioni cesella in un ordito pittorico di grande equilibrio – organizzato secondo istantanee familiari e ritratti corali che dialogano costantemente con lo spettatore – vi è la pienezza sentimentale di un’umanità filtrata attraverso trasparenze emotive di estrema delicatezza e candido languore, al contempo scossa da azioni collettive e gesti rivoluzionari, come gli impeti anarchici che si impossessano del Pascoli politico al cospetto di Andrea Costa.
Racchiuso in una cornice familiare intima (il rapporto morboso del poeta con Mariù e Ida, il dolore per la morte del padre e l’ossessione per la punizione dei colpevoli dell’omicidio, il “nido” vissuto e poi ricomposto in poesia), il racconto trattiene a stento l’inquietudine degli anni giovanili, per poi volgersi a uno “scivolare furtivo” (quel labuntur spiegato da Pascoli agli allievi) della vita del poeta che arriva a saldare insieme il furor dell’intellettuale e lo stupor infantile che ancora lo pervade, in una fitta e ambigua nebbia esistenziale.
La stessa nebbia che a sbuffi avvolge il paesaggio italico e i binari del treno che trasporta, all’inizio del film, la salma di Pascoli: con Ida e Mariù, ad accompagnarlo, ci sono autorità pubbliche e studenti universitari. Tutto è rievocato dall’io-memoria della comunità familiare, Mariù, che filtra il passato e si fa medium di evocazioni nostalgiche che trattengono umori e percezioni, sensazioni e vaghezze che fanno risuonare canti perduti, dialoghi dimenticati e riecheggiano il fonosimbolismo pascoliano.
Federico Cesari, un Pascoli inquieto e trasognato, ombroso e colmo di una “vitalistica” fragilità, non diventa mai un revenant, come le figure che riporta in vita Mariù (Benedetta Porcaroli), ma rimane corpo caldo agitato da passioni e ideali, funestato dai traumi familiari e sempre sull’orlo di una vertigine esistenziale.