I titoli di testa del film: serigrafie automatiche in nero e bianco con tratti grossi e decisi si stampano sullo schermo anticipando il ritmo dei pistoni delle macchine industriali delle scene successive. Un meccanismo circolare impacchetta caramelle con ripetitive torsioni. “Ha i movimenti umani”.

348 348 348. Mario (Marcello Mastroianni), l’industriale milanese titolare della fabbrica ripete come un mantra questo numero sfinendo il perito che lo accompagna nella consueta ispezione e che con tono pacato cerca di spiegare al “dottore” che per ora le macchine arrivano a 340 confezioni al minuto. “Sono macchine tedesche, sono macchine buone”.

“Siamo sotto di 8! Maledizione”. Fin dalle prime scene i registri del film sono mobili: siamo nell’ufficio di Mario, in riunione con un rappresentante di palloncini – è Natale e con un certo affanno si cercano idee originali per promuovere le caramelle sotto le feste. In questa parte iniziale le riprese si alternano a dei film still effetto fotoromanzo che enfatizzano, con cambi di inquadratura e repentini close-up su facce di segretarie sconvolte, un cinismo promozionale concentrato sui numeri.

L’idea dei palloncini è quella giusta, insiste il rappresentante: c’è della suspense nel gonfiare un palloncino, poi se esplode il bimbo vorrà subito un altro pacchetto di caramelle. Mario non pare convinto; nemmeno il suo vecchio cane, un molosso di nome Furio, sembra interessato all’articolo.

Mario esce dalla fabbrica, c’è uno sciopero ma sembra più un pettegolezzo, una voce di corridoio lontana: il direttore a mala pena lo apprende prima di andarsene. Lo seguiamo passeggiare per le strade di Milano, le vetrine dei negozi addobbate per il Natale. È vero che Ferreri nei suoi film preferisce il paradosso all’ideologia, ma in molti si saranno accorti del suono di una cornamusa che accompagna l’incedere di Mario nel suo rientro a casa. Una cornamusa natalizia che intona Bandiera Rossa non si era mail sentita. Ferreri è riuscito a fare anche questo.

Il “dottore” è ora calato nella propria sfera domestica: ed è qui che inizia a delinearsi un ritratto psicologico sempre più accurato del protagonista. I modi dirigenziali, l’insofferenza per l’inettitudine del portinaio Savino e per il figlioletto che proprio non sopporta, la tendenza fortemente correttiva verso la giovane compagna Giovanna (una meravigliosa e giovanissima Catherine Spaak), tradiscono la profonda miseria di un uomo che è giunto al punto di non conoscere più la differenza tra le persone e le cose.

Una confezione di palloncini lasciata proprio dal figlio del portinaio nell’appartamento di Mario è la scintilla che innesca un lento e crescente delirio nella mente del protagonista. Quanta aria si può soffiare in un palloncino? Quanto ancora Mario può tenderne la gomma con il fiato? L’aria prima della rottura è misurabile? Questa banale curiosità di trasforma in un ingestibile assillo di cui protagonista soffre per tutto il corso del film. Vediamo il protagonista gonfiare tantissimi palloncini, ossessionato dalla misura esatta che immediatamente precede lo strappo. Fin dove si può arrivare, per quanto Mario può corteggiare il disastro prima che il pallone scoppi?

“Piccola nuvola poetica”, così viene definito un palloncino dalla massaggiatrice shiatsu dell’ingegnere amico di Mario, come a evocare l’altro spettro delle cose che il protagonista ha perso di vista e che rappresenta una cesura che diventerà insopportabile. Mario dimentica tutto, la fidanzata, il lavoro: è irrimediabilmente annebbiato e violentato dall’idea di limite che il palloncino risveglia in lui. Un’esterna di notte segue Mario fino ad un tunnel, all’ uscita del quale il film diventa temporaneamente a colori. Un salto strabiliante in cui il protagonista scivola casualmente in una festa o meglio un happening, apoteosi onirica e irrazionale di tutte le sue manie. La mente di Mario è completamente presa d’assedio da fattori irrazionali divenuti ingestibili, effetti collaterali di un’esperienza borghese che imprevedibilmente sfocia in tragicomico epilogo, con tanto di strepitoso cameo a sorpresa.

Marcello Mastroianni, nei momenti in cui è intento a gonfiare palloncini fino a farli scoppiare è paragonabile a un performer. L’attività attoriale viene superata da una verità performativa ulteriore: le sue reazioni, i piccoli movimenti del volto subito successivi allo scoppio dei palloncini sono momenti di cinema straordinari che rendono lo spettatore davvero presente a quello che accade. Il cinema diviene evento, senza mediazione alcuna.

E questa natura eventica del cinema si è realizzata specularmente anche in Piazza Maggiore: agli spettatori sono stati regalati dei palloncini degli stessi colori di quelli usati nel film. Un dialogo indimenticabile tra il dentro e il fuori del cinema, che ha trovato il suo apice nel rumore dello scoppio dei palloncini nella piazza – prima per caso, di tanto in tanto, durante la proiezione – poi corale e voluto, come in una grande festa, come in un atto collettivo liberatorio e catartico.

Ieri sera in molti si saranno chiesti come è possibile non aver incontrato prima un film di tale importanza e bellezza, primo incontro tra Ferreri e Mastroianni, prezioso ritratto visionario ma anche lucidissimo del boom economico degli anni ’60, critica mai ovvia e interna alle cose che quasi avvicina Ferreri a Petri.

Il film, terminato nel 1963 e quasi subito bloccato dalla censura viene tradotto dal produttore Carlo Ponti in un episodio da 25 minuti del film Oggi, Domani e Dopodomani. Dopo molti anni Break Up è tornato alla luce grazie al restauro dell’Immagine Ritrovata, intervento premiato con il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia 2016.

Si tratta di un film che è stato visto pochissimo e che rappresenta per la storia del cinema un ritrovamento di grande importanza, una lieta sorpresa che il passato ci ha riservato, destinata ad aggiungersi alla lista dei favoriti di sempre. Nonostante una troppo lunga assenza, questo film è certamente ancora in tempo per diventare un classico.