Se fossimo in ambito letterario, diremmo forse che la trilogia di biografie al femminile confezionata da Larraín, partita con Jackie nel 2016, proseguita con Spencer nel 2021 e conclusa circolarmente da Maria, si inserisce come un saggio in tre parti all’interno della filmografia del regista cileno.

Non solo è manifesto l’intento di cucire con quest’ultimo lavoro le due estremità della matassa inaugurata con Jackie, approfittando di plurimi richiami alla vedova Kennedy e della presenza dello stesso attore a vestire i panni del Presidente USA, ma il meccanismo a scatole cinesi che collega i tre capitoli cinematografici è racchiuso tutto in quei Ciak di Maria, tre per l’appunto più un programmatico Finale, che scandiscono gli atti di tre opere.

Quella di Larraín dedicata a Jacqueline Kennedy, Lady Diana e Maria Callas; l’Opera stessa e la voce della Divina; e in ultimo, diegeticamente e falsamente narrando, quella dell’“autobiografia senza penna” che la Callas immagina di non-scrivere con l’ultima intervista, concessa a un giovane giornalista in Maria.

Tre donne, altrettante figure umane: la razionale, l’infelice - figlia putativa delle altre due - e la diva. Accomunate da una prigionia regale, l’una, impeccabile, nella Casa Bianca monca del Presidente ammazzato, l’altra, sofferta, nel castello dei Windsor, e l’ultima, nel limbo incerto della perdita di voce e lucidità, in un lussuoso appartamento parigino. E braccate tutte e tre da fantasmi o da defunti: la prima sopravvissuta alla morte del marito, la seconda china ad annusare l’odore della propria prematura scomparsa, la terza già morta a inizio film, forse nell’ultimo impossibile acuto.

Tre biografie atipiche, laconicamente prive d’anima e costrette ognuna in un lasso di tempo breve ma dai contorni via via più indefiniti, che Larraín infonde di un tono glaciale e distaccato, a prendere le distanze non solo dai ruoli pubblici di queste donne diversamente immortali, ma anche dai loro patimenti privati, più o meno espressi o repressi, più o meno segnati da notorietà e ribalta.

Non che la cosa sia un problema in sé, anzi, ma sembra fare a pugni con la suggestione inevitabile proveniente dall’accostamento mimetico fra i materiali d’epoca che le ritraggono e il film -i film- in cui si innestano; fra le sagome delle vere Jacqueline, Diana e Callas, che le si veda o le si abbia negli occhi, e quelle delle interpreti Portman, Stewart e Jolie. E alla fine anche fra la Storia e il desiderio -l’esigenza- di Larraín di raccontarla su due piani: quello vero e quello immaginato o inventato (un pranzo al ristorante fra il soprano e Kennedy?), confusi e contaminati con metodo come nei sogni, nei ricordi o nelle visioni che tengono compagnia alla Callas, e la tormentano, negli ultimi giorni di vita.

Forse è proprio questo il fine: controllare con la freddezza dello stile il materiale delle vite irripetibili di tre donne che la psicologia moderna definirebbe “ossessionate dal controllo”: quello su di sé di Jackie, quello sul cibo di Diana e quello sulla malattia di Maria Callas. Chissà che i prossimi capitoli della filmografia di Larraín non chiariscano le cose.