In un 2054 in cui la Terra è ormai depauperata di risorse, andarsene per colonizzare nuovi pianeti è una delle poche possibilità rimaste per sperare in un avvenire migliore. Talmente ambita, però, che la certezza di partire è privilegio delle risorse umane più appetibili, oppure dei pochi disperati che decidano di candidarsi come “sacrificabili”, ovvero individui disposti a morire ripetutamente nelle missioni più impensate, per venire poi immediatamente rigenerati in una nuova copia biologica di se stessi (con tanto di ricordi) da una stampante 3D.
Mickey Barnes, sorta di sfortunato Candido del futuro, è uno di questi ultimi, e svolge ubbidiente il suo dovere sino a quando per errore un esemplare della sua persona viene creato mentre il vecchio è ancora in vita, e i due dovranno lottare per non essere eliminati entrambi.
Il tema della ripetizione piace parecchio a Bong Joon-Ho, che in questo Mickey 17 – presentato a Berlino 2025 – lo porta fino al parossismo. Ma l'impossibilità di una risoluzione, la mostruosità insita nell'eterno ritorno nietzschiano erano già evidentissimi sia in Memorie di un assassino, con i continui arresti e torture inferti a poveri malcapitati senza mai trovare il vero colpevole, sia in Parasite, con il progressivo inserimento della famiglia Kim nella famiglia Park, e il bunker sotterraneo che trovava un nuovo disgraziato occupante nel finale.
Mickey, tratto dal romanzo Mickey 7 di Edward Ashton e interpretato da Robert Pattinson, è condannato dal suo morire continuamente a soffrire senza poter morire mai, e trattato dagli altri come se la sua vita non avesse nessun peso, perché non lo ha la sua morte. In lui Bong trova il perfetto exemplum per stigmatizzare fenomeni che chiaramente gli stanno molto a cuore, come l'iniquità sociale e le storture del capitalismo, dal fronte orientale a quello occidentale.
E nella prima parte del film, più prettamente di fantascienza umanistica, il laureato in sociologia Bong è davvero impeccabile, lucido nella visione e centratissimo nella creazione di un mondo distopico ricco di riflessioni morali per gli spettatori, impresa nella quale si era già cimentato in Snowpiercer e, con minor fortuna, in Okja. Sviluppa così una realtà finzionale grottesca alla Brazil, crudele non per ferocia ma per smodata burocratizzazione, e dominata da un borioso politico e mogul della tecnologia – quando si dice il dono della sintesi – con debordante moglie al seguito (Mark Ruffalo e Toni Collette).
Da quando però il protagonista si sdoppia (parrebbe uno spoiler, ma è nel trailer promozionale del film), sembra che Mickey 17 non abbia inopinatamente più niente da dire: lo spunto intrigante e spietato che ognuno dei due Mickey sia orientato solo alla massimizzazione della propria utilità, e dunque in lotta con l'altro per una risorsa scarsa come la vita, si risolve in qualche sonora scazzottata e in questioni di letto; la caratterizzazione dei due Mickey come profondamente diversi nell'indole resta un assioma dato a priori, senza alcuna giustificazione narrativa di rilievo. Molto meglio hanno argomentato, sugli stessi perimetri, Moon e la serie Dark.
Man mano che il film scivola verso una conclusione da ordinaria fantascienza d'azione, si perdono quell'umorismo macabro e quelle subitanee interpolazioni di comico nel drammatico che lasciano sempre spaesato il pubblico occidentale, ma sono così decisivi in Bong. E mentre l'inserimento di una quota action gli era ben riuscito in Snowpiercer, qui lo scontro coi nemici alieni resta un po' irresoluto, sospeso tra le suggestioni di L'arte della guerra di Sun Tzu e Arrival.
Quando alla fine i conti devono tornare – in tutti i sensi – si capisce come l'apporto di capitali produttivi statunitensi e britannici non faccia granché bene ai voli pindarici di Bong, ricondotti a più miti (e scontati) consigli. Lasciatelo librarsi, per carità.