Dimenticatevi completamente l'Ari Aster di Hereditary e di Midsommar. Dimenticatevi pure l’horror, ma insieme al cinema di genere (e no, Eddington non è un western) dimenticatevi anche della regia virtuosa, provocatoria e memorabile che aveva creato il culto di Aster e lanciato nel mercato globale il cinema arthouse targato A24. Eddington è decisamente più vicino al barocchismo di Beau ha paura e segna – ad oggi – lo spaccamento definitivo della sua filmografia.
L’ambizione è chiara: fare un film enorme che spieghi l’America agli americani.

Eddington è un film satirico, sfacciatamente statunitense per tema e interlocutore, enorme per budget, per divismo Oscar-oriented e box-office-oriented (Joaquin Phoenix, Emma Stone, Pedro Pascal, Austin Butler), e voracemente ansioso di dire tutto e di più sull’America post-2020: quella, chiaramente, del Covid-19, ma anche della cultura MAGA, del movimento Black Lives Matter (si parla direttamente di George Floyd), tirando in ballo il complottismo e le sue derive social, le fake news, la violenza di genere, il razzismo sistemico verso gli afroamericani, la questione delle terre indigene, l’ipocrisia della sinistra liberale. Già solo elencare tutti questi temi fa girare la testa, e infatti, nello spingere a forza, entro i confini di Eddington, New Mexico, tutte le contraddizioni degli ultimi cinque anni americani, Ari Aster perde completamente il senso della misura.

La nostra frustrazione nel vedere Eddington è pari forse solo a quella dello sceriffo Joe Cross (Joaquin Phoenix), giustiziere goffo e non mascherato (no vax e no mask), nel gareggiare come sindaco contro il più moderato Ted Garcia (Pedro Pascal). Garcia ha la vittoria in pugno: sarebbe il suo secondo mandato, tutti stanno dalla sua parte, ma Cross decide di sfidarlo e provare a raccogliere voti nonostante tutti lo ritengano un inetto. Il movente di Cross non è politico ma privato: vendicarsi per l’ipotetica e mai comprovata relazione tra la moglie Lou (un’Emma Stone alienata e complottista) e lo stesso Garcia, il quale nega di averci mai avuto a che fare.

Cosa sia vero e cosa no importa poco, anzi, il punto è proprio questo: Joe mente spudoratamente, senza esitazioni, per il proprio tornaconto personale. E così, con i suoi colleghi poliziotti altrettanto inetti, costruisce una campagna elettorale (non un programma politico!) basata tutta sul gettare fango sull’avversario, tra dichiarazioni social improvvisate e ridicole decorazioni sull’auto di ordinanza.

Incompetenza, disinformazione, pietosa ignoranza: il Joe Cross di Eddington è l’emblema di un’America rurale e decentralizzata, che prova a ripulirsi con il progetto di un’industria tech – un futuristico data center – ma che della tecnologia è assolutamente vittima, incapace di capirla e di usarla. È infatti il tema mediatico a fare da filo conduttore di questo microcosmo di ipocrisie. La croce di Joe Cross, infatti, è il non sapere controllare la sua immagine mediatica: dice sempre le cose sbagliate, ragiona di pancia e butta tutto sui social, finendo per scavarsi la fossa da solo.

La prospettiva da cui Aster osserva i media si fa però interessante nel momento in cui la vita online dimostra, in Eddington, le serie – anzi, serissime – conseguenze che il buzz online crea sulla vita reale e quotidiana dei personaggi che lo generano. Tutto ciò che accade nel film parte infatti da un post, un messaggio Instagram, un video su Facebook, un sito web. È l’online che fa avanzare l’offline.

Eddington è quindi un film pieno di cellulari, di schermi, che prova a dimostrarci, attraverso l’esagerazione iperbolica, come ormai il web governi i destini privati e pubblici molto più delle conversazioni reali. Peccato che questo tema si riduca alla trama e mai alle immagini, e così Eddington appare tanto vuoto quanto i suoi personaggi, osservati con pavida ambiguità nel loro girarsi intorno senza mai toccarsi davvero. Sono esattamente le bolle social che prendono vita (ecco, questa è l’idea più bella del film) e che dimostrano come la follia comunicativa abbia raggiunto, oggi, livelli di alienazione atroci.

Se di western Eddington ha la collocazione geografica, di certo non bastano un cappello da sceriffo, una cella e la legge del taglione per inserire il film nel filone del “genere americano per eccellenza”. Come il western, tuttavia, Eddington è armato fino ai denti, di proiettili e di smartphone, che infatti Aster postula, nell’unica inquadratura rilevante del film, come ugualmente distruttivi e importanti nel loro outcome narrativo e morale. Siamo di fronte a un’America frustrata e violenta, di cui Aster osserva con ironia compiaciuta la facilità della gun violence in una delle sequenze più nonsense del film.

Ipocrita fino al midollo, l’America gioca a fare la democrazia, a riempirsi la bocca di discorsi vuoti per sentirsi a posto con la coscienza, provando a razionalizzare il caos che la circonda. Ari Aster la osserva, però, senza riuscire a fermarla, succube dei personaggi che lui stesso ha creato.