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“Eddington” e l’osservazione succube dell’America
Eddington è un film satirico, sfacciatamente statunitense per tema e interlocutore, enorme per budget, per divismo, e voracemente ansioso di dire tutto e di più sull’America post-2020: quella, chiaramente, del Covid-19, ma anche della cultura MAGA, del movimento Black Lives Matter, tirando in ballo il complottismo e le sue derive social, le fake news, la violenza di genere, il razzismo sistemico verso gli afroamericani, la questione delle terre indigene, l’ipocrisia della sinistra liberale.
“Beau ha paura” in un’odissea con una vita in mezzo
Beau ha paura è un’odissea con una vita in mezzo (una nascita all’inizio e una morte alla fine). Il punto A è l’appartamento di Beau e il punto B è la casa della madre. Nel tragitto ci sono un’altra casa e un bosco. Poi dei senzatetto minacciosi, genitori apprensivi e compagnie teatrali espansive. I luoghi sono suddivisi con ordine e ritmo, il resto è un labirinto in cui tutto riconduce alla madre, ma rimanda sempre al protagonista.
“Beau ha paura” e l’esorcismo del trauma
Beau ha paura è senza ombra di dubbio un’opera sui generis, eversiva e visionaria, che non lascia indifferenti dopo la sua visione. Nonostante le fascinose trovate fotografiche o registiche e le performance attoriali, il film pecca di smodata ambizione. Di certo, Ari Aster rimane una delle voci più intriganti e innovative del cinema contemporaneo e chissà se dopo queste tre ore di puro esorcismo dei traumi, il cineasta verrà difeso o meno dal suo pubblico o se lo stesso assisterà totalmente inerme come quello dello stravagante tribunale nell’ultima sequenza dell’epopea psichedelica.