Il documentario sperimentale L’uomo con la macchina da presa (1929) del regista sovietico David Kaufman, il cui pseudonimo era Dziga Vertov, conserva dopo tutti questi anni il fascino di un opera di incredibile dinamismo cinematografico.
Il film è un autentico manifesto della modernità e celebra le infinite possibilità del nuovo mezzo, ma è anche un esempio di approccio meta-cinematografico allo stato puro, mostrando tutto l'armamentario feticizzato di proiettori, bobine di pellicole, diaframmi della macchina da presa che si aprono e si chiudono come occhi meccanici. Il cameraman Mikhail Kaufman, fratello del regista, viene ripreso nell’acrobatico e nobile lavoro del kinoki, mentre corre dall’alba al tramonto per “cogliere la vita in flagrante”, aggrappandosi coraggiosamente persino a un tram in corsa per catturare le sue sacre immagini.
Il motore a combustione ha dato all'umanità la nuova esperienza della velocità: ora la cinepresa ci offre una nuova, vertiginosa velocità di percezione e creazione. L’uomo con la macchina da presa è un classico esempio di quella che è stata definita la forma della "sinfonia urbana", in cui elementi della vita nelle città moderne sono montati in modo impressionistico, un'evocazione caleidoscopica di frammenti di realtà di Odessa, Mosca e Kiev. La sua particolare visione è al tempo stesso musicale e astratta, costantemente sospesa tra la vita organica e la geometria modernista industriale, in un crescendo sorprendentemente erotico e vitale.
Le didascalie di apertura annunciano che si tratta di “un esperimento di comunicazione cinematografica di fenomeni visivi... senza didascalie... senza sceneggiatura... senza scenografie… senza attori...è la volontà di fondare un nuovo linguaggio universale diverso da tutte le altre arti". Ci troviamo al cospetto di un cinema che mira a una nuova organizzazione del mondo visibile, concepito da Vertov come pratica artistica militante che ha come obiettivo la trasformazione e la rivoluzione sociale a favore delle masse urbanizzate.
Si tratta di un film denso di idee, pieno di energia, con inquadrature a effetto, schermi divisi, animazione stop motion, slow motion, azione accelerata e dissolvenze, che ci mostra un regista con un'esaltazione assoluta della dimensione del montaggio prevalentemente sensibile piuttosto che intellettuale come accadeva in Ejzenstejn.
"Abbasso le trame e gli scenari fiabeschi borghesi – lunga vita alla vita così com'è!". Così disse Dziga Vertov, per il quale il documentario era l'unica vera forma cinematografica possibile, in quanto liberava il cinema da falsi scenari e attori in carne e ossa. L'uomo con la macchina da presa fu un tentativo rivoluzionario nel suo approccio alla creazione dell'immagine, che non ha mai perso nel corso degli anni il suo appeal.