Cosa accade se un film dallo stile sopraffatto dall’austerità del suo soggetto si eleva a immediatezza espressiva in virtù della sua interprete, imbevuto dell’arte drammatica più istintiva e in quella ancora più ermetica e ammaliante del divismo? La risposta è Saint Joan (1957) di Otto Preminger, incastonato nella filmografia del maestro austriaco come una pietra grezza, un rimosso dell’inconscio, un anfratto di stridenti meraviglie.

Stigmatizzato fin dalla sua uscita da pubblico e critica che ne additarono la vuota impersonalità, l’ennesima incursione della parabola della Pulzella d’Orléans fu benedetta, con esiti fatali, da un obliquo e acre sodalizio artistico, tra l’autore di un cinema classico trafitto da ambiguità e inquietudini e Jean Seberg, adolescente esordiente dell’Iowa, acerba, raffinata e sensibilissima.

Preminger e Seberg: l’eclettico regista di Vertigine, Seduzione mortale, Carmen Jones, La magnifica preda e il futuro volto infelice della Nouvelle Vague che fu selezionata nel grandeur hollywoodiano tra migliaia di candidate e che mai elaborò in vita le insicurezze inflitte dal suo inflessibile mentore.

Entrambi avviluppati dal bagliore incerto del mito di Pigmalione, non quello di Ovidio, ma di George Bernard Shaw, qui anche drammaturgo della sua Santa Giovanna (1923), da adattare per il grande schermo. Saint Joan è un’opera bifronte che vive due volte, prima come produzione d’elite di chirurgica ambizione (sceneggiatura di Graham Greene, i facoltosi comprimari Richard Widmark, Anton Walbrook, John Gielgud) da cui si stagliò la performance ante litteram di Jean Seberg, capro espiatorio del fiasco.

Ritrovato oggi in versione restaurata, il film si trasmuta ben oltre le soglie della modernità e il suo anti-paradigma di maledetta imperfezione (contro gli addendi di eccellenza artistica), consegnandosi nella sua decadente autenticità, in un mistero di irrisolutezza da sondare con lo sguardo, nel fulgore iconico di un’attrice salvifica che è la reale Saint Joan di tutta l’operazione di Preminger.

Sospeso in uno spazio figurativo che è metafisica dell’anima, filtrato dalla penombra della partecipe distanza, come la consistenza liquida e ipnotica di Vertigine, il film fluttua tra i serpeggianti e magnificamente impercettibili piani sequenza per afferrare, sin dal titolo, la santità della sua protagonista e conservarla nell’eternità del sogno, del doppio sogno, nei fantasmi della colpa, nella persistenza della memoria, in una labilità solo presunta, che sfida la Storia e le sue ingiustizie per sopravviverle nell’unica patria fedele, quella del cinema.

Preminger, inossidabile nella sua poetica ma decentrato nello stile, rovescia l’epilogo onirico di Shaw in prologo, col sonno di Carlo VII di Francia che riceve la visita di Joan, a cui segue la rievocazione dei fatti processuali che è cronaca di una resistenza al femminile, con echi delle donne noir del regista.

Jean Seberg si appropria con generosa sorellanza dell’emotività di Joan, in un’immersione simpatetica oltre il tecnicismo, caricando sul volto di aggraziata freschezza (catartica rispetto ai roboanti leoni di Hollywood) una verità interpretativa di segrete coincidenze e spontanei accenti che soffia verso nuove tendenze filmiche. Adesione e commozione senza commiserazione in un ritratto di paladina della fede che documenta un divismo rivoluzionario in cui lo spettatore può ravvisare, post mortem, quella militanza amorosa, fragile e bellissima, per gli incompresi e i ripudiati, che l’attrice conserverà tragicamente ben oltre la fiction.