Barbara Stanwyck, Van Heflin, Lizabeth Scott e Kirk Douglas: a partire dal cast che Lewis Milestone dirige su uno script di Robert Rossen si potrebbe dire che Lo strano amore di Marta Ivers (1946) sia una mappa divistica del noir. I quattro interpreti principali, i primi due già affermati al tempo, esordienti Scott e Douglas, incarneranno nel corso delle loro carriere tutte le sfumature del genere: da femme fatale a vittime per cui il terrore corre sul filo, da uomini legati alle catene della colpa o ad atti di violenza del loro passato a detective giusti per cui avere pietà nonostante i metodi sbrigativi.
Una mappa morale in continua evoluzione, quindi, dove i confini tra bene e male, lecito e illecito sono sempre più labili. Altrettanto si può dire di Iverstown, la cittadina dove si svolge la vicenda del film e che prende il nome dalla famiglia di Marta (Stanwyck), orfana dei genitori e ricca ereditiera delle industrie della zia, sposata con il debole e alcolizzato Walter (Douglas) che è, comunque, riuscita ad avviare ad una promettente carriera politica come procuratore generale.
Il ritorno a Iverstown di Sam (Heflin), amore adolescenziale di Marta, scatena sospetti e gelosie reciproche, soprattutto quando entra in scena Toni (Scott), nuovo interesse sentimentale di Sam. Il rientro di Sam, assolutamente casuale, viene invece interpretato da Marta e Walter come un tentativo di ricatto per un tragico evento mai completamente chiarito che unisce i tre e, su cui, insospettito dalle insistenti domande sul motivo del suo ritorno, Sam si mette a fare luce.
“Non mi piace essere sottomesso”: è questa la frase detta da Sam che conquista Toni e la convince a rimanere con lui. Ma attenzione a non saltare a conclusioni eroiche. Come si diceva, l’universo morale noir non è mai troppo marcatamente suddiviso in buoni e cattivi, specialmente in questo film di Milestone, dove la stessa frase “Non mi piace essere sottomesso” avrebbe potuto dirla Marta, che non sopporta avere restrizioni, né da altre donne come la tirannica zia, né tantomeno da uomini come Walter o come il padre del ragazzo, un arrampicatore sociale che vuole assicurare un avvenire al figlio.
Marta non si sottomette allo spazio femminile domestico che la società patriarcale le riserva: le piace, al contrario, avere una visione dominante della propria fabbrica e della propria città da suo ufficio di dirigente. Volendo essere indipendente in una società in cui le donne devono dipendere da uomini, Marta non può che essere una criminale.
Il confronto Sam/Marta, fatto di attrazione e repulsione come in molti altri casi di coppie noir, è una lotta per il potere, in cui la dimensione economica si abbina a quella narrativa: a quale versione crediamo e con quali ragioni finiamo per schierarci? Il film rende mirabilmente questo conflitto, dove entrambe le parti hanno ragione di sospettare l’altra, attraverso il primo bacio che Sam e Marta si danno dopo vent’anni di lontananza: ci aspettiamo un coinvolgimento passionale, invece, dopo pochi istanti, i due si separano e rimangono interdetti per un breve ma significativo attimo. Un intervallo in cui avvertiamo il loro sospetto reciproco, la loro consapevolezza che l’altro ha comunque qualcosa da nascondere.
Il passato di Sam non è certo immacolato, fatto com’è di precedenti per gioco d’azzardo, truffe e anche un sospetto omicidio. Da sempre complice di Marta, nemmeno Walter può dirsi semplicemente vittima delle manipolazioni della donna in quanto contribuisce a portarle a termine con l’avvallo della legge che amministra. Anche Toni, nonostante il ruolo sia diverso da quelli di femme fatale che Lizabeth Scott incarnerà negli anni immediatamente successivi, è una donna con diverse macchie nel suo passato che la costringono a compromessi pericolosi nel suo presente.
Lo stesso finale on the road lascia un’ambiguità irrisolta, questa volta sul futuro, più che sul passato, di Sam e Toni.