Il primo lungometraggio di Niki de Saint Phalle, in cui è coregista  insieme a Peter Whitehead, oltre che attrice e sceneggiatrice, è uno sfogo allucinatorio, una vendetta distruttiva, una vera e propria demolizione dell’archetipo del padre. Daddy, realizzato nel 1973, riduce a brandelli la figura paterna per come si è sedimentata nell’inconscio collettivo. Un  padre dittatore violento e vessatore viene spogliato dei suoi abiti e costretto, per la prima volta, a guardare la realtà. Un film pienamente radicato negli anni ‘70 sia per la sua natura dissacrante e disinibita che per le sue scelte formali scevre da ogni struttura precostituita.

Nonostante la sua furia iconoclasta, Daddy, paradossalmente, è avvolto da un’aura di sacralità, un’atmosfera mistica che lo rende quasi un rituale in cui Niki de Saint Phalle offre in sacrificio se stessa, ponendo sull’altare la sua carne viva e il suo passato doloroso. Infatti veste i panni di Agnes, la protagonista, che torna a casa per il funerale del padre, turbata dalla richiesta della madre di mettere da parte il suo odio per il genitore.

Il ritorno nel castello dal quale è riuscita a liberarsi con l’arrivo della maturità la costringe a ripercorre tutto quello che il padre le ha fatto subire da bambina. La violenza, gli abusi mascherati dal gioco, le minacce si inseguono in dei ricordi ambigui, travestiti da amabili giochi tra padre e figlia, ma che ben presto si rivelano per quello che sono realmente.

Il film inizia infatti con una performance, messa in scena per la prima volta da Niki de Saint Phalle nel 1970 in cui spara con un fucile ad una strana scultura religiosa, facendo saltare in aria delle bombolette di vernice disposte lungo la sua superficie e imbrattandone le decorazioni. Sulla scultura, insieme a rappresentazioni cristiane, sono disposti anche animali impagliati e vari elementi esoterici. Un caos di simboli e figure che celebra la fine di una religione costruita attorno alla venerazione del fallo. In una furia distruttrice Niki de Saint Phalle si fa sacerdotessa della demolizione.

È una distruzione che non prevede una ricostruzione, una furia istintiva e polimorfa, come l’arte stessa di de Saint Phalle. Tutte le forme in cui ha trovato modo di esprimersi prendono spazio tra le immagini di Daddy, ibridandosi in un tunnel psichedelico: dai disegni e la pittura alle sculture fino alle performance. Nel film scorci in bianco e nero dove Agnes ricorda, attraverso un voice over i momenti col padre sono alternati a digressioni allucinatorie in cui la protagonista si fa sempre più consapevole di ciò che ha subito, immaginando soluzioni per vendicarsi e smascherare la falsa coscienza borghese del padre. Il tutto è costellato di strani disegni a matita, sculture dell’artista, come le Nanas che costellano il giardino del castello, e numerose soluzioni visive surreali.

Col passare del tempo il film assume dei tratti fortemente erotici fino a sfumare nel bondage, quando Agnes, donna adulta e libera, immagina di offrirsi sessualmente al padre senza concedersi davvero, costringendolo ad azioni umilianti come camminare a quattro zampe o riproponendo giochi della sua infanzia. La vendetta verso il padre passa attraverso la sessualità perché la sessualità è il terreno di dominio del maschile, quello in cui esercita il suo potere. Ed è su quel terreno che il padre inibisce la bambina, impedendole di desiderare, costringendola ad essere un suo personale oggetto del desiderio. “Conoscere il desiderio di una donna per poter controllare la sua mente oltre al suo corpo” dice ad un certo punto Agnes.

Una suggestione eclatante proposta Saint Phalle è un gioco che il padre faceva con Agnes, ovvero quello del “cieco”. Lui si bendava gli occhi, si privava della vista, e doveva provare a prenderla, oppure doveva lasciarsi guidare dalle indicazioni di lei. Per la protagonista era l’unico momento in cui si sentiva libera, nonostante anche in quell’occasione subisse gli abusi del genitore. Era, infatti, l’unica situazione in cui poteva sottrarsi allo sguardo del padre “che guardava tutto, ma non vedeva niente”, al suo controllo manipolatore. Ed è terribile come alla fine dei conti da quella figura mostruosa sia impossibile liberarsi definitivamente, ma quello sguardo intimidatorio e soverchiante sopravviva persino alla morte.

In Daddy Niki de Saint Phalle affronta il suo passato con l’accetta in mano, pronta a fare a pezzi ciò che le ha arrecato tanto dolore, trascendendo i suoi ricordi e fantasie in un racconto universale. Riconoscendo, però, alla fine, come quel mostro terrificante che è la figura paterna incarni una ferita profonda nell’inconscio, un’ombra nera dalla quale non ci si può slegare così facilmente. La vera pars costruens di questa storia arriverà nel secondo e ultimo film di Niki de Saint Phalle, ovvero il surreale Un sogno più lungo della notte.