Pietro Marcello dedica Duse, il suo quarto lungometraggio, presentato alla 82sima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, alla “Divina” Eleonora Duse, creatura evocata dai resti mitici di un’epoca lontana, considerata la più grande attrice teatrale di un tempo che si affacciava ormai alla modernità. Il suo è un nome che porta con sé il peso della leggenda, è l'attrice che ha rivoluzionato la rappresentazione teatrale in Italia, affascinando il pubblico di tutta Europa fino a diventare un'icona quasi mistica per generazioni di attori.
L’opera di Marcello costituisce un meritorio tributo a un'artista poco celebrata nella contemporaneità mentre dai critici coevi, come Silvio D’amico, veniva definita come “una natura straripante, uno spirito fanciullo, in perpetua insaziata ricerca di un introvabile appagamento”, mentre Piero Gobetti incarnando un sentire comune nel pubblico diceva che “…la sua recitazione appare come una vera esperienza mistica ed in ogni atto si ritrova l’immanenza del divino”.
La Duse viene ritratta da Marcello al momento del suo ritorno alla recitazione dopo una lunga assenza dal palcoscenico, tra il 1917 e il 1923, spinta da una situazione economica precaria e dal sacro fuoco dell’arte, mai sopito. Il desiderio creativo dell’artista di portare in scena una compagnia di giovani attori con La donna del mare dell'amatissimo Ibsen le fa dichiarare, in una sequenza significativa del film che "l'arte, come la guerra, richiede sangue, sudore, fango, coraggio, disciplina".
Il regista attinge alla sua formazione documentaristica, con un riuscito lavoro di ibridazione di fiction e filmati d’archivio, per tratteggiare i rivolgimenti politici e sociali che attraversano l’Italia dove ormai incombe l'ascesa del fascismo. L’operazione di contestualizzazione storica, a tratti evocativa eppure solo accennata, si fonde con una ricostruzione del mito Duse filologicamente fedele alle fonti documentali coeve dell’artista (fotografie, recensioni, ed altri scritti dell’epoca), cercando di mostrare come la crisi personale dell’attrice coincida con l’avvento di un mondo nuovo con cui bisogna fare i conti.
Eleonora Duse che combatte la sua ultima battaglia prima di giungere alla fine del suo percorso artistico ed esistenziale, ammalata ma indomita nello spirito, è interpretata da Valeria Bruni Tedeschi che riesce a comunicare con una recitazione potente e viscerale le contraddizioni e le debolezze di una grande artista che non rinuncia mai all’autenticità ed alla verità, nell’arte e nella vita.
Basti osservarla nelle scene che raccontano il suo rapporto turbolento con Gabriele D'Annunzio (Fausto Russo Alesi ), il rapporto doloroso con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant), che soffre per una madre lontana che ha dedicato la sua vita all'arte, e l’ambiguo ménage con la devota assistente Desirée (una formidabile Fanni Wrochna) o ancora l’incontro con un'altra divinità , Sarah Bernhardt (Noémie Lvovsky), che le rivela senza mezzi termini come tutto sia cambiato – “i sogni, l’amore” – dopo la catastrofe della guerra.
L’inesistenza di fonti filmiche e registrazioni sonore degli spettacoli della Duse ha consentito a Pietro Marcello e ai suoi co-sceneggiatori Letizia Russo e Guido Silei, ampia libertà di plasmare il personaggio poiché l’unica prova che abbiamo del suo immenso talento si trova nelle testimonianze di coloro che hanno assistito ai suoi spettacoli. Tutto è programmato per mostrare da vicino il fuoco dell’arte che consuma la Duse, l’uso continuo di primi piani estremi sul suo volto sono strumentali per far emergere le emozioni e le passioni.
Valeria Bruni Tedeschi dal canto suo con un abbandono incondizionato, scambiando il set cinematografico per una pièce teatrale, ce la mette tutta per incarnare ogni frammento del tumulto interiore e svelare la fragilità e la grandezza di una donna che non ha mai potuto rinunciare alla sua arte, nemmeno quando questa la consumava.