Il metallo fuso cola come materiale magmatico. In dissolvenza una penna scorre su un foglio, tracciando le parole di Antonio Zagari (Gabriel Montesi) che sussurra mentre scrive. Sono parole violente in dialetto calabrese di cui riporta passo passo il significato e che esplicitano fin da subito il vacillamento della sua identità, il tentativo di sfuggire alle sue origini.

La storia di Antonio Zagari inizia nel fuoco, nel calore più intollerabile. Sicario della ‘ndrangheta milanese e figlio del temibile santista Giacomo Zagari (Vinicio Marchioni), Antonio vive il paradosso di essere un assassino terrorizzato dal sangue, un pluriomicida con l’interesse per la cultura e la scrittura. Non è forgiato per quella vita e la sta rigettando, prima istintivamente, con reazioni fisiologiche del corpo e poi, a poco a poco, con la consapevolezza della scrittura, in quello spazio in cui i concetti iniziano a dare un senso alle emozioni.

Ammazzare stanca di Daniele Vicari è infatti un adattamento dell’autobiografia omonima edita nel 1992 di Antonio Zagari che grazie alla sua collaborazione ha consentito l’arresto di centinaia di ‘ndranghetisti, tra cui anche suo padre. Attraverso lo sguardo dissonante di Antonio, il regista conduce lo spettatore tra i rituali e la “routine” della ‘ndrangheta degli anni ‘70, ormai dilagante nel milanese. Tra omicidi, vendette, rapimenti e il narcotraffico, Vicari non ha paura di mettere le mani nella melma più viscida, di calarsi nei più profondi precipizi morali in cui è riuscita a scendere l’umanità. Degli abissi infernali da cui una volta dentro non si può più risalire.

Tra surreali battesimi, giuramenti e minacce, l’unico modo per liberarsi sembra costare la vita stessa e, man mano che Antonio prende consapevolezza, si fa strada un sentimento di impotenza, di un destino scritto fin dalla nascita. La violenza esplode all’improvviso, in maniera sconvolgente, a volte goffa e in fiumi di sangue che provocano i conati al protagonista e non lasciano mai spazio alla spettacolarizzazione.

Attorno ad Antonio c’è il brulicare vivo degli anni ‘70, fatto di scioperi, proteste e violenza poliziesca e la sua doppia natura di sicario e operaio metalmeccanico lo rende parte di questo cambiamento. Anche se sembra ignorare gli scioperi dei colleghi e sorridere del padrone fascista che sbraita contro gli operai in presidio fuori dalla fabbrica, in qualche modo è toccato da quello che sta accadendo. Allo stesso modo il rapporto con la compagna  Angela, studentessa di medicina, lo costringe a passare attraverso ad un mondo in cui si crede che il cambiamento sia possibile. Anche se in maniera inconscia e fuori controllo lo spazio che come individui attraversiamo provoca sommovimenti interiori e, inevitabilmente ci produce e ci condiziona.

A questo si deve imputare la scelta formale radicale di usare sempre il grandangolo, nonostante i lunghi e frequenti movimenti di macchina con steady e, in poche occasioni, anche a spalla. Con il grandangolo il fondo risulta più vicino e più leggibile. Questo emerge, per esempio, nella splendida inquadratura con Antonio e Angela di fronte all’università e circondati da studenti intenti a preparare striscioni e bandiere.  Si tratta di una scelta stilistica che ormai contraddistingue il regista e che spesso provoca un senso di vertigine o disturbo e che sfrutta per distorcere i primi piani rendendoli grotteschi o per accrescerne il senso di distacco dalla realtà.

La parabola narrativa ed esistenziale di Antonio Zagari è un coacervo di contraddizioni, un paradosso estetico-morale vivente che dimostra come ci si possa sentire vicini persino a un assassino. Nella fisionomia, nonostante sia un killer preciso e spietato, il protagonista appare come un uomo qualunque, con la pancia, un comico baffo a spazzola, una figura che potrebbe sparire senza difficoltà in mezzo a una folla. Pur avendo commesso sedici omicidi, pur essendo una figura respingente, è lo strumento con cui Vicari costringe lo spettatore a porre in discussione i suoi principi, testando fino in fondo il suo concetto di giustizia.

Rischiando ogni cosa Zagari si è conquistato la libertà, anche se alla fine ha dovuto pagare anche lui, perdendo la vita in un sospetto incidente d’auto nel 2004. Come ha detto lo stesso Vicari rivolgendosi al pubblico in occasione dell’anteprima del film: “Antonio Zagari siete voi”.