Per Al Cook il passato è uno specchio. Lo guarda ancora come fissasse la propria immagine riflessa, e conserva i cimeli di cui si è circondato per tutta la vita– vinili, ritagli di giornale, cassette, fotografie – come i frammenti che riuniti insieme restituiscono il suo ritratto più autentico.

Proprio quello che, raccontando una sua vita-quasi-immaginaria, Tizza Covi e Rainer Frimmel hanno messo a fuoco in questo film (di certo il più bello in concorso alla Berlinale 76) che, prendendo in prestito il titolo di una vecchia canzone di Cook, è insieme la celebrazione lenta di un mondo scomparso senza fare rumore – e forse ogni individuo se ne porta dentro uno – e un formidabile musical danubiano in cui i numeri corali sono sostituiti dagli assoli di un polveroso bluesman a cui non è rimasto praticamente più niente, né la band o il palco né il pubblico. Solo la chitarra e la voce. E infatti The Loneliest Man in Town, che registra diversi momenti in cui Cook suona esclusivamente per se stesso, racconta lateralmente l’assenza, oggi, di quel silenzio necessario perché la musica, ma anche una qualunque parola altrui, arrivino a toccarci davvero dentro.

Prima ancora che lo stile in cui canta, a indicare la direzione del film sembrano essere il modo stesso di parlare di Al, di strascinare l’inglese e di morsicare il tedesco, e poi quello di ascoltare gli altri, con gli occhi azzurri rivolti nella stessa direzione del suo ciuffo anacronistico, sempre al cielo. Guarda all’insù anche mentre passeggia per le strade di Vienna e assiste all’implacabile abbattimento degli edifici storici per far posto a chissà quale nuovo e luccicante palazzone.

È la sorte cui è condannato anche il palazzo in cui è nato e cresciuto, ha sempre abitato e dove custodisce, tra l’appartamento e la cantina, i ricordi di tutta una vita e i memorabilia del suo amore incondizionato per il blues, e soprattutto del suo culto per Elvis. Al è l’ultimo inquilino rimasto nell’intero edificio e di conseguenza l’unico ostacolo alla demolizione già pattuita da una società immobiliare il cui volto è un emissario intimidatorio eppure affettuoso che si spaccia per “psicologo”.

Modulando la loro scrittura e l’impianto scenico intorno agli oggetti e all’abitazione effettivamente appartenuti a Cook, Covi e Frimmel riescono a far parlare ogni elemento, ogni ambiente a cui, stanza dopo stanza, la macchina da presa si affeziona: la moquette e la carta da pareti vengono interrogati con la stessa empatia a bassa intensità delle foto e dei tape dell’adorata, defunta moglie Silvia, mentre le inquadrature si (e ci) lasciano scivolare in quel sentimento di abbandono malinconico e sorridente da cui è nato il blues.

Quando Al decide di dire addio a tutto questo, non è perché ceda, rassegnato, alla demolizione della sua casa, ma perché capisce che è arrivato finalmente il momento di dare corpo e colore a quello che per decenni è stato solo un sound rugginoso, fantasticherie in pellicola o al massimo qualche ingiallito souvenir degli USA, dove non è neanche mai stato. I preparativi per il suo trasferimento definitivo negli Stati Uniti, nella speranza di raggiungere quella “terra promessa” che è il Delta del Mississippi, coincidono con la necessità di svuotare il suo appartamento, cedendo uno per uno a sconosciuti curiosi i pezzi di quello specchio che ha pazientemente collezionato lungo mezzo secolo.

Facendogli passare tra le mani le cose e persino le persone del suo passato, compreso un amore di giovinezza che vorrebbe trattenerlo fuori tempo massimo, i registi danno all’avventura crepuscolare di Al una sfumatura di senilità picaresca, allineandolo così alla loro galleria di circensi, artisti di strada e figli irrisolti, tutti sconfitti in partenza e comunque mai arresi, dalla Pivellina a Mister Universo e Vera Gemma.

The Loneliest Man in Town ha tanti momenti di straniata e paradossale serenità, magari indecisa tra l’umorismo attonito di Kaurismäki e la paresi emotiva di Seidl (altra eccellenza cinematografica austriaca), e però sempre infinitamente sincera perché radicata nella capacità di Covi e Frimmel di invertire il senso di marcia visivo ogni volta che l’esigenza documentaria potrebbe sganciarsi dalle pretese della finzione, o viceversa.

Proclamando con galanteria l’insensatezza della distinzione tra cinema del reale e filmografia d’invenzione – nessuno si sognerebbe di applicarla a una canzone di Al Cook, quindi perché dovremmo farlo col film? – il loro ottavo lungometraggio permette ancora di sperare e magari speculare sullo stato di salute del cinema che passa ai festival europei, considerata la condizione comatosa in cui è stata lasciata la Berlinale quest’anno (e in parte anche l’ultima Venezia).

Esistono per fortuna film come questo, capaci di scoprire piccole e importantissime verità sulla condizione umana in una storia altrimenti dimenticata prima ancora di essere raccontata; film che ci ricordano che nella memoria di un paese dove non si è mai abitato e di un tempo che non si è mai conosciuto si può inventare, anche quando manca poco alla fine, il proprio futuro.