L’odierno cinema nordeuropeo è noto ai più soprattutto per autori come il danese Ruben Östlund e il norvegese Joachim Trier, ma esiste anche un cineasta islandese dallo stile meno esibito di nome Hlynur Pálmason.
Pálmason possiede uno sguardo più sottile e sfumato rispetto a Östlund e non cede al didascalismo in cui alcune volte è scivolato Trier (La persona peggiore del mondo, Sentimental Value), i paesaggi brulli e spesso desolati dell’Islanda sono lo spazio rappresentativo del suo cinema, luogo di una poetica scarnificata che non ha bisogno di facili emulazioni.
L’amore che rimane è un viaggio nelle contraddizioni della natura umana, come già lo erano le sue precedenti storie, ma questa volta l’autore si tiene lontano dal travestimento di genere e quindi da alcuni paletti estetico-narrativi che questo impone (A White, White Day era un thriller, mentre Godland un film storico), creando una narrazione spezzata, quasi a sketch, dove il realismo si scioglie in squarci soprannaturali.
Anna e Maggi sono una coppia in crisi, si stanno per separare ma continuano a vivere insieme trascorrendo del tempo con i tre figli, l’armonia familiare però si è ormai incrinata. Pálmason ci racconta la caducità di un rapporto, il relitto di un amore naufragato, attraverso un costrutto da favola crudele che potrebbe ricordare il primo Lasse Hallström (specialmente La mia vita a quattro zampe), in cui un perturbante ilare e luminoso, senza la cupezza del precedente Godland, riesce forse ad essere ancora più tagliente. Le riprese in dettagli della pesca in mare di Maggi e quelle del lavoro artistico di Anna su materiali organici, ma anche il ciclo di vita di un pollo in split screen, posseggono la dolcezza spietata di una legge divina in cui tutto è destinato al deperimento, figurarsi un’unione sentimentale.
Il film si apre con un capanno privato del tetto (sembra quasi l’abitazione prefabbricata in One Week di Buster Keaton), prefigurazione dell’unità familiare che va in frantumi e questo tipo di simbolismo, diretto e preciso, viene disseminato da Pálmason all’interno dell’intero racconto. La freccia enorme conficcata nel petto di uno dei figli, la gallina gigante che strappa Maggi dal sonno e dal tepore domestico del divano e il fantoccio usato per le esercitazioni che prende improvvisamente vita e diventa sinistro messaggero, come lo spettro shakespeariano in Amleto.
L’amore che rimane, girato in pellicola 35mm e congelato in una fredda orizzontalità di sguardo spesso fatta di totali fissi, è in grado di sorprendere con invenzioni calde e sensuali come il vaporoso vestito di Anna che si solleva mostrando le gambe nude a Maggi sdraiato sul terreno. Fulminante trovata visiva isolata dal contesto gelido della messa in scena, quasi a voler testimoniare un ultimo brandello di intesa erotica fra i due, mentre tutto crolla rovinosamente attorno a loro.
Pálmason è un esteta delle immagini ma non ne fa mai uno sfoggio decorativo, impiegandone la limpida e audace flagranza come bisturi per ferire lo sguardo spettatoriale. Un film umile e sincero che cerca di non assomigliare a niente altro, leggero come una piuma e al contempo aspro e primordiale come lo scenario naturale in cui deambulano i personaggi.