Femmine di lusso (Ladies of Leisure, 1930) è il primo dei cinque film che Barbara Stanwyck e Frank Capra girarono insieme negli anni 30, attraversando il decennio che portò all’imposizione del Codice Hays di autocensura cinematografica ma anche al New Deal di Roosevelt come tentativo di rispondere alla Grande Depressione che aveva colpito l’economia americana.
Le speranze e le contraddizioni del New Deal costituiscono l’ossatura del quinto film della coppia Stanwyck-Capra, Arriva John Doe (Meet John Doe, 1941), ma anche questo primo film, che lanciò la carriera divistica di Barbara Stanwyck, affronta, sotto i panni della commedia di costume, discorsi di pregiudizi di classe, genere e di svantaggio economico.
Rivedere oggi Femmine di lusso significa anche fare lo stesso lavoro di smascheramento dell’immagine divistica di Barbara Stanwyck che l’aspirante pittore Jerry Strong (Ralph Graves) compie, ad un certo punto del film, sulla sua modella Kay Arnold, interpretata appunto da Barbara Stanwyck. “Ho bisogno di vedere come sei veramente”, le dice struccandola e togliendole le ciglia finte. Tuttavia, il fascino di Kay Arnold, come quello di Barbara Stanwyck, risiede proprio nell’indecidibilità e nell’elusività, preservate da una serie infinita di maschere.
La femmina di lusso del titolo, Kay Arnold, è alla ricerca della promessa di mobilità sociale del sogno americano, proprio come, al tempo, lo era l’attrice che la interpreta. Per Stanwyck, Kay è la prima di una galleria di donne socialmente svantaggiate (a partire dall’accento con cui parlano) e dal passato poco chiaro, con un lavoro instabile in nightclub o in spettacoli burlesque. Tuttavia, come le protagoniste di Le stelle hanno paura (Lady of Burlesque, 1943) di William Wellman o Desiderio di donna (All I desire, 1953) di Douglas Sirk, sono donne che non si piegano alle regole sociali o al volere dei maschi.
Un ritratto – nel film di Capra si sprecano le inquadrature dentro le cornici, di specchi come di immense finestre che anticipano quelle dei successivi melodrammi di Sirk – che starebbe a pennello alla stessa Stanwyck, che, tuttavia, in quel gioco di continuo smascheramento a cui alludevamo prima, ha sempre sposato cause conservatrici, fin dalla fondazione nel 1944 della Motion in Picture Alliance for the Preservation of American Ideals (MPAPAI), gruppo che sostenne le inchieste maccartiste contro i lavoratori dell’industria cinematografica potenzialmente affiliati al Partito Comunista Americano.
Quando Kay incontra Jerry in una surreale scena a bordo di un lago, fiuta subito la possibilità di portare all’altare lo scapolo d’oro, ma è tutto tranne che remissiva nei confronti dell’uomo che vorrebbe plasmare a suo piacimento l’immagine della sua modella. Vero che Kay non si mostra orgogliosa del suo passato di “party girl”, ma nemmeno ne fa troppo mistero una volta che questo viene fuori, come del resto non nasconde la sua voglia di bella vita.
Quando Jerry dice di non sopportare i vestiti che indossa, Kay placidamente suggerisce che sia lui a compragliene e, essendo girato prima dell’imposizione del Codice Hays, Femmine di lusso ha una certa libertà e divertimento a trattare di sesso e di rapporti, anche e soprattutto, fuori dal matrimonio. La pubblicità del film sfruttava apertamente tutti questi elementi definendolo “drama of nite life” e associandolo agli aggettivi “zippy, daring, preppy, gay”.
Matrimonio che, nel caso in questione, è osteggiato dai rispettabili e benestanti genitori di Jerry, senza, in verità, che il pubblico sia spinto a credere troppo nella loro riuscita. Anche sotto questo aspetto il film di Capra invita multiple letture, sempre in connessione con l’immagine divistica della sua protagonista.
Da un lato, è un inno alle potenzialità americane di forgiare nuove identità per ognuno di noi: “Cambierò il mio nome”, esclama Kay divertita quando il suo passato poco rispettabile viene a galla, cosa che la stessa Ruby Stevens fece scegliendo di diventare Barbara Stanwyck. Dall’altro, pur con il tradizionale happy ending, Femmine di lusso rifiuta il tradizionale finale con la celebrazione del matrimonio, istituzione nel quale la stessa Stanwyck, pur nelle sue posizioni conservatrici, non sembrava essere più di tanto a suo agio, visti i quasi quarant’anni da single che intercorsero tra il divorzio da Robert Taylor e la sua morte.