Una preziosa collana, una profonda scollatura, abito e calze di seta, orchidee, braccialetti scintillanti, alcune gocce di profumo e una morbida pelliccia. Allo specchio. Mitchell Leisen, attinge a tutto il gusto e alla passione per il suo primo lavoro da costumista, per aprire i titoli di testa di Un colpo di fortuna del 1937. Una carrellata di oggetti, simbolo di lusso ed eleganza, ci introducono al tema del film: la facile vita dei ricchi (Easy living è il titolo originale) che si guarda allo specchio e non può fare a meno di confrontarsi con quella dei semplici lavoratori post Grande Depressione, ancora alle prese con lo spettro di fame e povertà.
Grazie al soggetto di Vera Caspary, scrittrice dalle simpatie comuniste, e ai dialoghi ironici, spumeggianti e corrosivi di Preston Sturges, Leisen tratteggia una elegante satira del capitalismo - nelle prime scene risuona subito un tonante Sporco capitalista! - che sotto alle promesse di successo e apparente felicità nasconde non pochi problemi e contraddizioni.
Il buongiorno del ricco banchiere newyorkese J.B. Ball (Edward Arnold) inizia infatti col piede sbagliato: uscito dalla camera da letto evita di passare sotto a una scala ma incrocia un gatto nero, cade dalle scale, a colazione litiga col figlio e poi, indignato dall’acquisto dell’ennesima pelliccia da parte della moglie, la insegue per strapparle di mano il prezioso cappotto.
Il tutto mentre porte, sedie, tavolini e scope si abbattono su di lui. Raggiunta la moglie in cima all’attico, il banchiere scaraventa per dispetto la pelliccia dal grattacielo. Diversi piani sotto, sta passando Mary Smith (Jean Arthur), una dattilografa-cenerentola che invece di perdere la scarpetta di cristallo viene investita da uno zibellino caduto dal cielo. L’oggetto di lusso che transita dal mondo dei ricchi a quello di una umile lavoratrice innescherà una girandola di equivoci in pieno stile screwball.
Leisen va però oltre il genere e riesce a costruire una commedia brillante e sofisticata in cui mescola, con la consueta leggerezza ed eleganza, temi cari alla sua filmografia: gli eventi imprevedibili del caso, la differenza di classe, lo scambio di identità, la tirannia della ricchezza, la dignità del lavoro, la realizzazione personale, la manipolazione dell’opinione pubblica, il giudizio morale basato sulle apparenze.
In questo caso vediamo subito una ricchezza che prende vita e forma - gli oggetti di lusso che ostacolano J.B.Ball, la pelliccia che vola via - ribellandosi ai legittimi proprietari in una trappola comica e leggermente grottesca. Il costoso zibellino caduto addosso a Mary continuerà a fare danni: creduta l’amante del banchiere, perderà il lavoro e la stima dei colleghi e innescherà addirittura un crollo della Borsa.
Ma Leisen addomestica la critica sociale del soggetto di Vera Caspary suggerendoci un’accettabilità morale del denaro se usato come mezzo e non come fine: nel film vediamo la ricchezza che allontana le persone da alcuni aspetti importanti della vita (gli affetti famigliari, il valore individuale, la felicità) ma che una volta sfuggita al controllo può essere riacchiappata e messa al suo posto.
Il caso interverrà infatti una seconda volta facendo trovare a Mary l’amore e ristabilendo un nuovo equilibrio in casa Ball: mentre vaga per la città in pelliccia, ma in realtà affamata e senza un soldo, entra in un self service automatico e incontra il figlio del banchiere, J.B. Ball jr (Ray Milland), appena scappato di casa, che lavora nel locale fingendosi povero. Nel momento in cui il ragazzo cerca di aiutare Mary passandole di nascosto dei piatti senza farla pagare, Leisen realizza una scena slapstick scoppiettante e irresistibile che tra le righe possiamo leggere anche come una satira, una farsa liberatoria, sul tema della fame post Grande Depressione.
Gli oggetti si ribellano e nuovamente prendono vita: gli sportelli delle pietanze si aprono tutti insieme, all’improvviso, mentre i clienti si affollano nel locale e si azzuffano tra loro per accaparrarsi un piatto gratis, in mezzo a scivoloni e cibo che vola per aria. Il regista dirige il caos dell’automat con precisione millimetrica, come se fosse un balletto: ogni sportello che si apre, ogni vassoio che vacilla e poi cade, ogni scontro e caduta fra avventori hanno un tempismo studiato e perfetto.
Così Mary, povera travestita da ricca, e J.B. Ball Jr, ricco travestito da povero, si incontrano dentro a una modernità risibile e a rischio rottura ma anche dentro a un irresistibile chiasmo di scambi di identità, in cui ognuno si finge chi non è ma riesce a innamorarsi cercando di vedere l’altro oltre le apparenze. Uno scenario, insomma, che forse ancora ci appartiene.
Oltre al graffiante soggetto e all’abile sceneggiatura, Leisen si avvale di un gruppo di attori in profonda sintonia col testo. Jean Arthur dona al personaggio di Mary tutta la sua freschezza attoriale e dei tempi comici che si sposano perfettamente a quelli di Ray Milland, il quale a sua volta aggiunge al personaggio sognatore e pasticcione di J.B.Ball jr un tocco energico e frizzante.
Divertentissimo poi il personaggio secondario del direttore francese dell’albergo di lusso sull’orlo del fallimento e indebitato proprio con la banca di J.B.Ball: Louis Louis decide di ospitare Mary credendola l’amante del ricco banchiere e quindi anche in grado di rilanciare - influencer ante litteram - la fama della sua struttura. La recitazione iperbolica di Luis Alberni - fatta di occhi sbarrati, gesti teatrali, accenti e parole storpiate - gioca tutta sul filo dell’overacting ma senza perdere mai l’equilibrio: la sua ansia e la disperazione comica diventano un vero spasso per lo spettatore.
Infine non si possono menzionare i costumi e gli accessori - dalla collezione di pellicce ai cappellini, dai vestiti scintillanti ai gioielli - e gli elegantissimi arredi anni ‘30 che vediamo prima nella casa di J.B. Ball e poi nella suite imperiale dell’albergo, ambienti su cui Leisen indugia soddisfatto mostrandoci spazio dopo spazio come in una scatola delle meraviglie.
Oltre al soggetto, alla brillante sceneggiatura, agli ottimi attori, è proprio l’intera architettura del film - fatta anche di meraviglia delle forme, di eleganza dei dettagli, di buffa comicità, di leggerezza che non scade mai nella superficialità - il punto di forza di Un colpo di fortuna e di tanta parte della produzione di Leisen.