La giovane Lily Powers - una giovanissima Barbara Stanwyck - lavora nel locale clandestino del padre, che vende illecitamente alcolici e all’occorrenza anche la figlia. Svuotata di ogni umanità osserva l’incendio in cui muore il genitore e su suggerimento di un vecchio calzolaio tedesco decide di trasferirsi a New York per far fortuna. “Una donna giovane e bella come te - le dice il calzolaio citando Nietzsche - può ottenere tutto, perché tu hai potere sugli uomini, devi usare gli uomini, non farti usare da loro; devi essere il padrone, non lo schiavo”.
Con granitica determinazione e col solo supporto di Chico, l’amica domestica afro americana, Lily prende alla lettera il consiglio dell’amico calzolaio e mette in atto una puntuale scalata sociale che parte dal luogo di lavoro: grazie al suo fascino e alla sua disponibilità sessuale miete un superiore dopo l’altro, fino ad arrivare all’apice e al cuore di una banca.
La spregiudicatezza del soggetto di Baby Face, diretto nel 1933 da Alfred E. Green, costò non pochi problemi al film, che fino ai primi anni 2000 abbiamo potuto vedere solo nella versione censurata. Ancor prima della sua distribuzione, la commissione censoria dello Stato di New York rifiutò categoricamente di approvare la pellicola, giudicandola totalmente immorale. I tecnici della Warner Bros lavorarono quindi per attenuare la carica erotica e sovversiva originale, rimontando intere sequenze, alterando il dialogo fra il vecchio calzolaio e Lily e introducendo un finale moralizzatore.
Nella versione originale che possiamo vedere oggi, Green costruisce un ritratto realistico, crudo e spietato, della voglia di riscatto dell’America povera e stremata dalla Grande Depressione, e lo fa attraverso un punto di vista insolito: quella di una giovane donna che lo stesso padre ha messo sulla strada della prostituzione fin da ragazzina. Ma lo scarto di prospettiva geniale e spregiudicato - che solo un film pre code poteva immaginare ma che lo stesso costò al regista una pesante censura - è proprio quello di un personaggio femminile reso consapevole del fatto che il sesso che l’ha resa vittima ora può farla diventare carnefice e può traghettarla dalla povertà alla ricchezza, dalla sottomissione al potere.
Una straordinaria e giovanissima Barbara Stanwyck incarna uno dei personaggi più belli, cinici e disinibiti del cinema anni ‘30. La vediamo prima struccata, dimessa ma indomita, quando interpreta Lily costretta a lavorare nel locale del padre e poi la osserviamo nella sua scalata al potere: sempre più spietata e cinica, sempre più elegante e truccata. La sua recitazione è condensata in pochissimi e studiati gesti: uno sguardo laterale o racchiuso in una sottile fessura, qualche rarissimo sorriso - rapido e velenoso come un morso di serpente - lo sfiorare un volto talmente da vicino da farci immaginare il calore, lo scoprire in modo fintamente ingenuo le gambe. Una recitazione fatta di sottrazione di movimenti, espressioni e sentimenti, che punta sull’immobilità, sull’intensità trattenuta ma talmente densa di ieraticità da ipnotizzare lo spettatore.
Green, prolifico regista artigiano della Hollywood classica, pone una cura particolare anche agli abiti e agli accessori indossati dalla Stanwyck: assistiamo a una vera e propria carrellata di sovra-colletti bianchi di ogni foggia e materiale quando Lily è in ufficio e poi a una serie di abiti a sirena, sexy e brillanti, quando attende gli amanti in casa. I vestiti che diventano man mano più ricercati e provocanti costituiscono - insieme all’ascesa dei piani del grattacielo in cui lavora Lily - un’esatta cartina di tornasole delle tappe della sua scalata sociale.
In questa pellicola Green, si mostra molto abile non solo a valorizzare i suoi attori ma anche a sottolineare i risvolti psicologici dei personaggi, le loro reazioni e i loro sentimenti grazie all’uso sapiente di inquadrature e primi piani. Nella scena in cui Lily e Chico partono per New York salendo abusivamente su un vagone del treno, a Green basta un dettaglio per descrivere la prima prova del potere femminile sul maschio: inquadra non il viso ma la mano del controllore che allenta la presa sulla ragazza di colore non appena capisce che Lily si sta offrendo a lui fisicamente in cambio del silenzio. Molti uomini dopo, quando due amanti si uccidono contemporaneamente per Lily, Green regala un lungo primo piano a Barbara Stanwyck, che guarda con freddezza la stanza con i due cadaveri e poi chiude la porta, limitandosi a segnalare per telefono la necessità di far intervenire la polizia.
Per tutto il film Green ci racconta di una giovane donna, della sua volontà di riscatto e autodeterminazione, della sua sete di potere e di ricchezza ma ci racconta anche - con una voce narrativa straordinariamente moderna - di una bambina di quattordici anni che non trova altra via che l’aridità emotiva per sopravvivere alla povertà e agli abusi. Quella giovane donna e quella bambina - che non vediamo mai sullo schermo ma che ci segue fin dalla prime scene - convivono durante tutta la scalata al successo di Lily.
Fino a quando un uomo - l’erede della banca e playboy Trenholm, interpretato da George Brent - vede Lily per quello che è e la riconosce: una affascinante arrampicatrice sociale. E solo quando Trenholm perderà tutto, status e denaro, allora Lily potrà smettere di vendicarsi e di usare gli uomini e aprirà uno spiraglio a una nuova vita.