Nato da un soggetto di Cesare Zavattini, grande esponente del neorealismo italiano – spesso in coppia con Vittorio De Sica – e scritto insieme a Francesco Rosi e Suso Cecchi D’Amico, Bellissima (1951), considerato uno dei film minori di Visconti, sorprende invece per l’incredibile modernità della messa in scena e per i ritmi scoppiettanti di una commedia che sarà un unicum nella filmografia del regista.

Ad essere messo a fuoco è il mondo illusorio e contraddittorio dello spettacolo e i tentativi disperati di una madre di farsi strada nella giungla dell’industria del cinema italiano. A farne le spese è la povera figlia di sei anni, sballottata tra provini, parrucchieri e lezioni con vecchie mummie del teatro, che diventa un capitale umano da investire.

Tutti vogliono fare il cinema e la gente della strada, tanto amata dalle macchine da presa dei cineasti dell’epoca, prende d’assalto Cinecittà, rappresentata da uno dei padri fondatori del cinema italiano moderno, Alessandro Blasetti, il quale è alla spasmodica ricerca di una bambina per il suo nuovo film.

Visconti restituisce una fotografia grottesca e patetica di questo circo della follia che è la macchina dei “sogni” nazionale, di cui lui è un illustre impiegato, sotto l’ombra del grande cinema hollywoodiano, di cui vediamo le tracce nella proiezione di Il fiume rosso (1948) di Howard Hawks.

Ad essere messo in crisi non è solo il cinema in quanto tale, ma i nobili ideali del neorealismo italiano da cui, non a caso, Visconti si è sempre smarcato, per mettere in evidenza la natura illusoria e artificiosa del mezzo cinematografico e l’impossibilità di prescindere da una messa in scena del reale. Al cinema, sembra dirci Visconti, si devono poter raccogliere le fragole, anche quando non ci sono, come la bambina intenta ad eseguire un esercizio di teatro.

Ad interpretare Maddalena Cecconi è Anna Magnani, con cui Visconti avrebbe dovuto lavorare per Ossessione (1943) e con cui lavorerà in un esilarante episodio del film Siamo donne (1953). Nota per il suo temperamento di fuoco e per le accese discussioni con chi aveva l’onore di dirigerla, la Magnani era la donna indipendente del cinema italiano, la diva che non aveva bisogno di Pigmalioni e il cui carisma scenico plasmava le macchine da presa dei grandi autori, distorcendone lo sguardo in favore di un’irruenza tutta al femminile.

Che sia considerato un Visconti minore forse è dovuto proprio a lei, la Magnani, che invece di seguire le ferree indicazioni compositive del regista – arreso dinanzi a cotanta padronanza scenica – sembra far suo il film, strabordando dai margini dello schermo. Col suo passo concitato la grande diva porta a spasso la macchina da presa di Visconti, costretta a inseguirla per le vie di Roma per stare dietro al suo temperamento vulcanico e all’anarchia ritmica della sua drammaturgia. 

Se c’era un’attrice in grado di dirigere Luchino Visconti e scomodarlo dalla sedia di regia era proprio la “Mamma di Roma”, Anna Magnani, a cui Federico Fellini regalò l’ultimo frammento di pellicola, prima della sua prematura morte, nel film Roma (1972), dedicato alla capitale italiana, di cui la diva sembra esserne l’incarnazione: “Una Roma vista come lupa e vestale, aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca…”. “A Federì, va a dormì…va’!”, le risponde in romanesco Anna, congedandosi con la sua ultima emanazione in celluloide.