“Ci raccontiamo storie per poter vivere”.
Joan Didion
“Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.
Emma Lazarus
Un uomo entra abusivamente nella sede della Paramount e chiede di vedere un famoso regista. Il permesso gli viene negato ma lui si intrufola confondendosi in mezzo a un gruppo di turisti. Ha i minuti contati - la polizia lo sta ricercando perché è entrato clandestinamente in America - un disperato bisogno di soldi e un solo asso nella manica: una buona storia da raccontare e da vendere a Hollywood. Così - con un prologo meta cinematografico fatto della stessa materia di cui è fatto il cinema - Mitchell Leisen dà avvio al suo La porta d’oro.
Attraverso un lungo flashback, il regista ricostruisce poi la storia di Georges Iscovescu (Charles Boyer), un gigolò in fuga dai venti di guerra europei e costretto a fermarsi per anni al confine messicano in attesa di un visto per gli Stati Uniti. L’incontro con Anita Dixon (Paulette Goddard) - sua amante in Europa e ora cittadina americana grazie a un matrimonio di convenienza - lo spinge a corteggiare la maestra elementare Emmy Brown (Olivia de Havilland), con l’obiettivo di sposarla, ottenere il visto in quattro settimane e poi abbandonarla subito dopo aver ottenuto la cittadinanza americana. Il progetto però non è così semplice come previsto, complici Mr. Hemmock (Walter Abel), un ispettore doganale che sta indagando proprio sui matrimoni tra americani e stranieri, e l’amore incondizionato di Emmy.
La storia - dentro e fuori lo schermo - oltre che buona è anche vera: scritta dalla giornalista Ketti Frings col titolo Memo to a Movie Producer, racconta le vicende del marito, un tedesco emigrato durante la seconda guerra mondiale e rimasto bloccato in Messico in attesa del visto. La Paramount compra i diritti della Frings prima ancora che esca il romanzo: nasce così nel 1941 La porta d’oro, nominato a sei Oscar, incluso quello per il miglior film.
La Paramount affida la regia a Leisen che, nel pieno del suo successo hollywoodiano, sceglie come protagonisti due affermati attori, il francese Charles Boyer e l’americana Olivia de Havilland, e incarica per la sceneggiatura la collaudata coppia Charles Brackett - Billy Wilder. La lavorazione del film è però costellata da dissapori fra regista, sceneggiatori e attori. Wilder è alle prese con la sceneggiatura più autobiografica che abbia mai scritto - pochi anni prima, da emigrato, è rimasto bloccato in Messico prima di poter rientrare negli Stati Uniti - e le ingerenze sullo script di Leisen e Boyer lo fanno andare su tutte le furie.
Dopo l'eliminazione, a sua insaputa, di una scena in cui il protagonista parla con uno scarafaggio, decide di valorizzare maggiormente la coprotagonista femminile Olivia de Havilland, che per il ruolo verrà infatti candidata all’Oscar a dispetto di Boyer. In seguito a questo episodio Wilder decide di dirigere da solo le proprie sceneggiature: l'anno successivo debutta alla regia con Frutto proibito, dando inizio a una delle carriere da regista più leggendarie di Hollywood. La porta d’oro però nel suo complesso non risente di queste tensioni, perché Leisen riesce a confezionare un elegante dramma romantico e di denuncia sociale, sostenuto da un valido cast, animato da ottimo ritmo narrativo e attraversato da battute cariche di ironia e cinismo.
La prima parte della pellicola racconta la reale situazione degli immigrati europei costretti a stazionare in Messico: negli anni ‘40 la politica migratoria americana è ancora regolata dall' Immigration Act del 1924 e impone un rigido sistema di quote su base nazionale che limita fortemente gli ingressi. Nonostante i tantissimi europei che scappano dalla guerra e dal nazismo, queste quote non vengono ampliate, anzi le procedure vengono inasprite per motivi di sicurezza.
Leisen racconta quindi la vita dei rifugiati che stazionano per anni in modesti alberghi, animati solo dalla speranza di non morire prima di diventare cittadini americani. Ed è proprio nell’hotel Esperanza che il disincantato Georges riesce ad entrare, dopo che il suo predecessore si è impiccato. Ogni giorno più rancoroso e demotivato, mal tollera i vicini e i loro drammi, come quello della donna che con un inganno fa in modo di partorire negli uffici della dogana pur di dare la cittadinanza al figlio che sta per nascere.
Gli spazi del piccolo albergo sono ripresi in modo claustrofobico - la quotidianità degli inquilini che si muovono fra minuscole camere, scale e corridoi ricorda davvero il brulicare di una colonia di insetti - fino a quando Georges incontra in un bar Anita, la sua vecchia amante, e su suo suggerimento si mette alla ricerca di una donna da far innamorare. Dopo alcuni improbabili abbordaggi, che la sceneggiatura rende divertenti e brillanti, Georges incontra la candida e ingenua Emmy.
Nonostante gli umili interni dell’hotel Esperanza, il passato da costumista di Leisen riesce ugualmente a emergere nei dettagli degli abiti femminili: de Havilland indossa per tutto il film abiti semplici e accollati che si stringono leggermente in vita e si arricchiscono di piccoli particolari man mano che l’amore di Emmy per Georges si fa più intenso, mentre Paulette Goddard veste da subito abiti scollati, aderenti, con il punto vita scoperto o evidenziato da alte cinture dorate e indossa vistosi cappelli.
Dopo le nozze celebrate in tutta fretta, Georges finisce sotto l’attenzione dell'ispettore doganale Mr. Hemmock, ed è costretto a fuggire dall’albergo con Emmy, per una non programmata luna di miele. Inizia così la parte centrale del film, in cui per una sorta di commedia degli equivoci, mentre Georges fugge con la macchina, perdendosi fra sperduti villaggi rurali messicani, Emmy è convinta di vivere insieme a lui una romantica e studiata luna di miele.
L’amore, l’ingenuità e la purezza d’animo della donna - che non possono trovare viso migliore di quello di Olivia de Havilland - riescono però, pian piano, ad ammorbidire la dura corazza del gigolò. Leisen in poche scene riesce a raccontare il cambiamento del personaggio di Boyer che - fra feste paesane, riti pagani e religiosi e il mare del Messico - si lascia andare a una passione imprevista.
Anche in questo film (come nel suo successivo Non voglio perderti) Leisen sembra ossessionato dal rituale del matrimonio: dopo essersi sposati velocemente da un giudice di Pace, Emmy arrivata in hotel fa ripetere una seconda volta la formula nuziale a Georges, sul cui volto vediamo disegnarsi il presagio di un amore che arriverà fino ai confini della morte.
Nella parte finale la scoperta e la confessione del complotto amoroso, ordito da Georges e Anita ai danni di Emmy, innescheranno infatti una serie di dinamiche fortemente drammatiche che porteranno l’ex gigolò a varcare il confine illegalmente, dirigendosi verso Los Angeles e riallacciandosi al prologo negli studi hollywoodiani della Paramount.
Leisen ricostruisce così una storia circolare di cinema dentro al cinema - ritagliandosi tra l’altro la parte del regista che sta girando un film: il suo precedente I cavalieri del cielo con Veronica Lake, di cui vediamo una doppia scena set/macchina da presa - ma tocca al contempo e con sensibilità il tema dell’immigrazione, argomento di grande attualità in un’America che stava per entrare in guerra.
Trattenendo l’alba - la traduzione letterale del titolo originale Hold Back the Dawn - può allora assumere un doppio significato: non voler abbandonare i principi di accoglienza di una grande nazione minacciata dal conflitto mondiale e non voler rinunciare ai sogni individuali, come quelli di una delle tante cenerentole di Leisen o di uno dei tanti immigrati in attesa al confine.