C’è un comune denominatore che lega quasi tutta la filmografia di Jim Jarmusch, ed il concetto di opera terminale, difatti molti dei suoi film sono concepiti e girati con quel sapore elegiaco da opera epigrafica. Da questo punto di vista il meta-western Dead Man lo è più di tutti, concepito come ballata funebre e surreale di un genere e del cinema tout court.
I primi minuti dell’incipit ambientato sul treno sono muti e quando il convoglio giunge in stazione è inevitabile pensare alle origini del cinematografo. Jarmusch riparte dai primordi dell’immagine in movimento, creando una riflessione sul passaggio dal testo scritto (non è causale che il protagonista sia un omonimo del poeta William Blake) al testo filmico, dietro la plateale rivisitazione e decostruzione del mito western.
Il villaggio dove giunge il protagonista, per farsi assumere da una ditta che lo aveva convocato tramite lettera, fin da subito viene descritto come uno scenario di morte e disperazione, difatti di lì a poco il giovane verrà ricercato per essere ucciso e dovrà intraprendere un viaggio fisico e spirituale, accompagnato da un indiano sciamano, per prendere coscienza della propria finitezza.
Lungo i suoi 121 minuti portati avanti con una lentezza solenne e ipnotica, e attraverso un bianco e nero da dagherrotipo (straordinario il lavoro fotografico di Robby Müller), Dead Man è puro teatro dell’assurdo in una mescolanza di toni tragici e improvvisi soprassalti comici (il tormentone del tabacco diviene il leitmotiv che punteggia il viaggio), ma sempre condotti con il classico minimalismo tipicamente jarmuschiano.
Lo spazio scenico viene svuotato, desertificato, trasformato in landa mortuaria in cui si stagliano con grottesca violenza estetica figure patibolari (incredibile la presenza di Iggy Pop in abiti femminili), stupratori, assassini e cannibali, ma che non possiedono nulla di realistico, assumendo quasi i connotati sfumati di immagini prodotte da un trip psichedelico.
Johnny Depp, quando uscì il film, era già un divo dark grazie a Tim Burton e qui tende a rarefare la propria vis più nota al grande pubblico, incarnando un antieroe candido e timido. Una diafana figura già spettro prima ancora di diventarlo, il cui percorso di ascesa verso la spiritualità (dopo aver visto i lati più prosaici e laidi della corporalità) viene accompagnato dall’essenziale colonna sonora (strumentale e sperimentale) composta ed eseguita da Neil Young a cui Jarmusch dedicò l’anno seguente l’ottimo rockumentary Year of the Horse.
Dead Man resta un unicum non solamente nella carriera di Jarmusch ma anche nel panorama del western contemporaneo, un atto di spogliazione dei topoi del genere per far risaltare la bianchezza ossuta dello spazio scenico e la caducità del profilmico.