Manhunter, primo adattamento dell’universo narrativo di Thomas Harris, scandaglia fin nel profondo un’“ecologia del delitto” molto diversa da quella pensata per Reazione a catena di Bava: basta sostituire all’avidità umana il narcisismo patologico del serial killer di Mann; si avrà l’idea, insita anche in molti thriller politici anni Settanta e Ottanta, che sotto i vetrini di “entomologi” muniti di fucili, coltelli o punte di specchio (come l’ormai iconica “Fata dei denti”), ci sia la vocazione dell’osservatore metodico alla quale, però, nel seminale Manhunter, subentra la vena artistica e messianica del killer spietato.

Molti ripuliscono il tutto con una carneficina pianificata (Reazione a catena), altri celebrano il proprio egotismo seguendo la massima: “vedere è tutto”, attraverso cui celebrano sé stessi e si predispongono a una catarsi che diventa esaltazione egocentrica, glorificata nel sangue.

A pronunciare la frase in Manhunter di Michael Mann, tratto da Il delitto della terza luna di Thomas Harris, è Will Graham, profiler dell’FBI incaricato di indagare sui delitti compiuti da un efferato criminale che stermina famiglie inermi durante il plenilunio. Devastato dalla precedente indagine che lo ha portato a catturare il serial killer Hannibal Lecktor, Graham rimette insieme i frammenti della propria vita e accetta l’incarico, penetrando inesorabilmente in quello che Mann avrebbe potuto definire un mondo di ipovisione e omnivedenza. Per riuscire a portare a termine la missione, Graham si confronta con lo psichiatra Lecktor.

Calato perfettamente nel contesto cinematografico anni Ottanta, Manhunter non è solo un film che ragiona sulle immagini e sulle loro narcisistiche moltiplicazioni (siano essi doppi o riflessi di altro), ma è soprattutto una parabola dai toni biblici (riferimenti all’Apocalisse di Giovanni e all’ispirazione che ne trasse William Blake per Il grande drago rosso e la donna vestita di sole) sui mancati übermensch del decennio edonistico per eccellenza: bisogna vedere tutto, anche il più piccolo riflesso di noi stessi, per poter esistere o semplicemente per apparire nel modo in cui, pirandellianamente, ci vuole la società.

Mann punta dritto all’intimità dei propri personaggi, anime vaganti in ambienti lattiginosi (Lecktor in carcere), circondati da bagliori siderali e pervasi da cosmica atarassia (la Fata dei denti/Dolarhyde nel suo appartamento-planetario), annegati da contrasti di luce e ombra, tra mare e catrame metropolitano (Will Graham); scandaglia dettagli, affonda in primi piani dolenti, taglia corpi come lame affioranti dal buio, scolpisce pose plastiche ed eternizza quadri, tra il metafisico e il reale, che, prima del previsto, assurgeranno a mito iconografico celebrato e replicato in forme diverse.

Il noir, con Mann, si muta in avanguardia sulfurea dai toni meditabondi inframezzati da scoppi improvvisi di violenza, riversata su vhs o solo vista di sfuggita sui rilievi della scientifica. L’orrore è cerebrale, la morte è impressa per sempre, eternata su carta, e ciò che possiamo e vogliamo vedere sono solo le conseguenze emotive di ogni singolo movimento, sono i riverberi della coscienza, i massacri realizzati non da un “professionista del crimine” (Strade violente), ma da uno psicopatico che anela alla potenza divina annullando il sonno della ragione.

In Manhunter c’è spazio anche per un interludio amoroso tra il serial killer, spettatore furtivo di home movies familiari, e una donna cieca (ritorna il tema metaforico dell’ipovedenza, di ciò che possiamo o non vogliamo vedere) che si carica di ossessione e sentimenti di rivalsa, regalandoci la celebre scena in cui una tigre ammansita è accarezzata dalla donna in estasi sensoriale. Il final cut metodicamente impostato da Mann, ribadisce il potere di uno sguardo che diventa, nel prefinale, atto liberatorio e di faticosa redenzione.   

Il neo-thriller metropolitano di Michael Mann è una caccia tragica, spietata, tra due nemesi che si cercano, si confondono (la soggettiva iniziale del killer e, subito dopo, la figura del detective al mare in favore di camera, descrivono da subito la rivalità a due e la lenta osmosi che li fonde) e combattono le proprie ossessioni, al di là del bene e del male. Poi verrà Fincher, ma sarà tutta un’altra storia.