Katherine Grant (Claudette Colbert) è una fotografa di talento che lavora nella redazione di un giornale, il cui editore è anche il suo fidanzato. Il direttore, per punirla delle sue velleità artistiche, la spedisce - durante un delizioso battibecco telefonico - a documentare il duro lavoro degli operai che stanno scavando un tunnel sotto il fiume Hudson, tra fango, poco ossigeno e altissime temperature. Durante una rissa tra sandhogs, gli uomini talpa specializzati in scavi sotterranei, lei scatta una fotografia a torso nudo a uno di loro, Jim Ryan (Fred MacMurray). L’immagine della zuffa finisce per sbaglio sul giornale: lui perde il lavoro e lei, sentendosi in colpa, lo assume come assistente.
In Non c’è tempo per l’amore girato da Mitchell Leisen nel 1943, il lavoro pare essere al centro della narrazione: Jim è un operaio di poche parole, pronto alla fatica e ad azzuffarsi - all’occorrenza - coi compagni; Katherine è una fotografa artistica, snob e dalla battuta pronta. Entrambi sono ambiziosi e determinati a realizzarsi nella loro professione.
Due mondi lavorativi, sociali e caratteriali paralleli, destinati in teoria a non incontrarsi mai, sono per un regista come Leisen, amante dell’improbabile, un vero invito a nozze: tutto il film è infatti intriso, dall’inizio alla fine, dalla magia di un’attrazione fra poli opposti, che i due protagonisti cercano in ogni modo - e invano - di contrastare. Fred MacMurray sfodera noncuranza mista a sorriso e bicipiti e Claudette Colbert risponde con tutto il suo fascino pieno di grazia e ironia.
Leisen usa un tandem di attori perfettamente in sintonia fra loro e che lui stesso conosce bene da anni. Nel 1939 il regista aveva già diretto Colbert nel suo capolavoro La signora di Mezzanotte e in Arrivederci in Francia. Con MacMurray il sodalizio è ancora più intenso: insieme girano ben nove film di cui Non c’è tempo per l’amore è il sesto. Leisen plasma a poco a poco la carriera di MacMurray facendone il suo attore feticcio: lo aiuta a scrollarsi di dosso l'iniziale rigidità e lo trasforma in uno dei volti più amati della commedia e del dramma della Hollywood classica (l’anno successivo a questo film l’attore diventerà il co-protagonista di uno dei capolavori di Billy Wilder, La fiamma del peccato).
Cresciuto come costumista, Leisen ha un occhio incredibile per la bellezza e nei suoi film ribalta spesso i ruoli di genere dell'epoca: in Non c’è tempo per l'amore fa di MacMurray un vero e proprio sex symbol, vestendolo e svestendolo in modo impeccabile, valorizzandone il fascino mascolino e mettendolo al centro dell’obiettivo (suo e di Katherine) come un vero oggetto del desiderio. Alla riuscita del film contribuisce in larga misura anche la sceneggiatura di Claude Binyon: i dialoghi acuti e brillanti ci restituiscono una Katherine sicura di sé che considera l’uomo come uno sciocco “scimmione” e Jim un uomo disincantato che si prende gioco della ragazza snob.
Se da una parte la fotografa utilizza un lessico colto, ironico e psicologico, dall’altra il rude operaio - che poi non si rivelerà esattamente tale - usa uno slang concreto e sbrigativo, da uomo della strada. I due registri si prestano così a divertenti duelli verbali, con veri e propri affondi che trasudano spesso malizia e desiderio. Le battute si susseguono a ritmo indiavolato in un crescendo di intensità, fino a una dichiarazione d’amore sui generis per l’epoca, da cui trapela più che un sentimento romantico la fortissima e irresistibile attrazione fisica tra i due. “Mi vuoi?” - le chiede Jim dopo una serata trascorsa insieme agli amici. “Non potrebbe esserci alcuna vera felicità - risponde Katherine - solo un’infatuazione passeggera”. Ma poco dopo, incalzata da Jim, ammette: “Sono pazza di te”.
Dentro a questa tenzone amorosa Leisen costruisce una screwball comedy ricca di momenti comici - dal set col rivale culturista (quasi una iper caricatura dello stesso MacMurray), al gioco delle sedie, alla sequenza onirica (che verrà poi ripresa senza comicità nel successivo Lady in the dark). Proprio all’interno del sogno - dominato da una gigantesca sedia a cui Katherine ha paragonato Jim - appare MacMurray nei panni di un eroe volante molto simile a Superman (appellativo che gli viene rivolto anche in altri momenti del film): curiosamente Leisen riprende nel suo film l'archetipo visivo del supereroe con cinque anni di anticipo rispetto al serial cinematografico dedicato a Clark Kent, che apparirà sul grande schermo solo nel 1948.
Alla struttura della screwball il regista affianca, sia all’inizio che alla fine del film, tutta una serie di momenti d’azione al confine col dramma, ambientati nel cantiere sotto l’Hudson. Nonostante le poche risorse disponibili a causa del periodo di guerra, Leisen riesce a girare scene realistiche e di grande impatto visivo soprattutto quando, durante un esperimento voluto da Jim, un muro di fango rischia di travolgere prima Katherine e poi anche gli operai. Ma l’incidente non serve a riavvicinare i due protagonisti che sembrano avviati a proseguire i loro destini su due strade parallele, fino all’intervento dell’amico di Katherine che rivela a Jim i veri sentimenti della ragazza.
La freschezza, la modernità, il ritmo spumeggiante che ritroviamo ancor oggi in Non c’è tempo per l’amore sembrano passare per una brillante intuizione di Leisen e Binyon: l’incontro tra persone appartenenti a mondi diversi passa anche attraverso la capacità di ridere dei rispettivi stereotipi, di guardarli con occhi - o con una camera - differenti dal solito. Nel momento in cui Katherine finisce di analizzare Jim come uno studio muscolare da fotografare e quando lui smette di aver dubbi su di lei, il film compie il suo miracolo. Ed è proprio nell’immancabile ma originale happy ending - quando la fotografia concettuale si sporca finalmente di fango - che la pellicola trova la sua quadratura perfetta.