Fin dall’espressionismo, è la lotta del bene e del male, della luce e delle tenebre a costituire la metafisica del vero (trovare la verità nella luce e nella espiazione). Ma il posto di Lang è già allora unico, perché fa del male una dimensione umana e non più faustiana, sia sotto forma di un genio ipnotico (Mabuse), sia sotto forma di un impulso irresistibile (M – Il mostro di Düsseldorf). Di colpo la questione della verità, cioè del tribunale del giudizio, rivelerà tutta la sua ambiguità: M è giudicabile da un tribunale della teppaglia che ha ben poco la verità come movente.
Gilles Deleuze, L’immagine-movimento. Cinema 1, traduzione di Jean-Paul Manganaro, Ubulibri, Monza 1984
Lang non crede alla perfettibilità del mondo né a quella dell’uomo, tutta la sua opera sta lì a riaffermarlo. […] Con M del 1931 e Il testamento del dottor Mabuse del 1933, Lang conquista una prima lineare, geometrica efficacia. Tutto è nell’immagine, e nell’immagine, individuati con acutezza estrema, ci sono anche i dati sociali dei problemi. Ma il problema sta altrove: nell’ingiustizia di ogni assetto sociale, nella specularità delle leggi (malavita e società borghese), nella prima definizione (attraverso il personaggio reso da Peter Lorre, il mostro) di una “colpa che può essere di tutti, e di cui tutti gli uomini sono portatori”. Il ‘teatro morale’ di Lang si definisce, e il suo stile si depura.
Goffredo Fofi, Introduzione a Lotte H. Eisner, Fritz Lang, Cuepress, Imola 2022
M si apre con le voci di bambini che recitano allegramente una filastrocca su un killer che fa a pezzi le sue vittime con la mannaia. L’innocenza e il terrore si prendono per mano, stabilendo un sinistro collegamento tra i bimbi e Hans Beckert, l’assassino compulsivo di bambine che con le sue guance paffute, le piccole mani e gli occhi gonfi di paura suscita sia ripugnanza che pietà. Il mostro a piede libero spacca la società rivelandone le viscere marce: la popolazione trasformata in folla inferocita è preda di un’isteria grottesca; la malavita si dimostra ancora più spietata ed efficiente della legge. “Chi è l’assassino?” chiedono esplicitamente i manifesti. Fritz Lang pose l’accento sull’origine da fatti di cronaca del film, ispirato da articoli su episodi realmente accaduti e dalla spietata lucidità della corrente artistica Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività). Due anni prima dell’ascesa al potere dei nazisti in Germania – che spinse sia Lang che il protagonista Peter Lorre a lasciare il paese – il film guarda con distaccata compassione i mendicanti menomati, i malati di mente, le casalinghe consumate dalla fatica.
Due terzi del primo film sonoro di Lang furono girati come un muto, e l’aggiunta del suono apporta elementi innovativi come raccordi sonori, rumori fuori campo e un silenzio tombale che accentua la tensione. I primi dieci minuti di M sono costruiti con precisione allo stesso tempo musicale e chirurgica: inquadrature oblique dall’alto minacciosamente contrappuntate da suoni ordinari conducono a un montaggio perturbante – una tromba delle scale, panni stesi ad asciugare in una soffitta deserta, un posto vuoto a tavola, un palloncino impigliato nei fili del telefono – mentre una madre chiama invano la figlia scomparsa. Orrore sonoro?
All’epoca Lorre era noto soprattutto per i lavori teatrali con Bertolt Brecht, ma con M, il film della svolta, l’ombra dell’assassino di bambini era destinata a perseguitarlo, proprio come Beckert dice di essere inseguito da sé stesso, di correre per strade senza fine circondato dai fantasmi di madri e di bambini. Il bruciante monologo di Beckert non perde mai la sua cruda forza; impossibile sottrarsi all’accusa lanciata dal suo grido tormentato: “Chi può sapere come sono fatto dentro?”.
Imogen Sara Smith, Catalogo Il Cinema Ritrovato 2022, Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2022
M è il film più universalmente apprezzato di Lang. La complessità e l’originalità della sua struttura, la studiata ambiguità e ambivalenza dei suoi temi, la forza delle immagini e del suono gli garantiscono un posto di rilievo nella storia del cinema e nella critica cinematografica, a prescindere da quanto si possa respingere il canone o guardare con sospetto all’idea stessa di capolavoro. […] Nessun critico può pensare di proporre una lettura definitiva o anche solo esaustiva di questo film. Nel contesto dell’opera di Lang, considero M un film cardine, che funge da cerniera tra il suo cinema muto e quello sonoro, e anche […] tra la sua carriera tedesca e quella americana. M riprende alcuni temi della prima parte della carriera di Lang […], ma soprattutto ne annuncia di nuovi. […]
Il film ruota attorno ad Hans Beckert, ma alla sua assenza più che alla sua presenza, alla ricerca di questa figura misteriosa e sfuggente. Potrebbe semplicemente sembrare una regola fondamentale del genere poliziesco – la ricerca e l’identificazione del colpevole – ma in verità M non solleva alcun dubbio sull’identità dell’assassino. […] Fin dall’inizio l’assenza impronta il film e determina i modi in cui utilizza il sonoro e costruisce lo spazio. E anche se l’uso innovativo del suono in M rappresenta una convenzione nella storia del cinema, questa canonizzazione non ne depotenzia la forza. Un elemento chiave in ogni analisi del sonoro di M è come il suono possa allargare lo spazio al fuori campo, imprimendo sullo spazio visibile nell’inquadratura la voce o il suono provenienti dallo spazio non visibile.
Tom Gunning, The Films of Fritz Lang, BFI Publishing, Londra 2000
M è uno dei film più importanti e noti di Lang, il suo preferito, dove la complessità è direttamente proporzionale alla chiarezza del testo, scritto a quattro mani con Thea [von Harbou]. La M del titolo dichiara ancora una volta la passione del regista per gli ideogrammi e gli enigmi. M significa Mörder (assassino) e Monstrum (creatura fantastica), eppure la lettera – come la A scarlatta del romanzo di Hawthorne – si presta a un divertimento plurilinguistico. Il concetto simboleggiato dal personaggio di Becker in tedesco si dice Schlechte, in inglese
Evil. Per rispettare il gioco dell’iniziale è necessario ricorrere ai vocaboli francese, spagnolo e italiano: M = mal, male. M vuol dire anche Mabuse, nome proprio assolutamente internazionale, e Mabuse, si sa, è veramente il male.
Così una semplice iniziale diventa la chiave di molte interpretazioni, esprimendo allo stesso tempo l’ambiguità di ciascuna. Il primo segno forte, nell’opera, è quel cerchio di bambini inscritto nel quadrato del cortile: i minori vengono protetti dai simboli dell’apparato sociale (cortile, casa, quartiere, città, Stato), ma anche li subiscono, ne sono schiacciati. Per molti, più deboli, emarginati o malati come Becker, l’apparato sociale si configura come una prigione. Il mostro è già all’inferno, come rivela la sua autodifesa al processo. […]
Il personaggio, ispirato al celebre “Vampiro di Düsseldorf”, diventa per Lang una vittima e un eroe negativo. La scelta di Peter Lorre – attore teatrale, allievo di Brecht – ci dice molto delle intenzioni registiche. Due titoli provvisori – Eine Stadt sucht einen Mörder (Una città cerca un assassino) e Mörder unter uns (L’assassino è tra noi) – chiariscono che M deriva dal Kammerspiel tradizionale, da un realismo diverso da quello magico e allusivo dell’espressionismo. Gli anni che precedono l’incendio del Reichstag sono particolarmente difficili per le minoranze, i poveri e coloro che vivono fuori dal contesto sociale. In strada o chiuso in cella, per Becker non fa differenza. Quel che al protagonista non sembra giusto, invece, è morire, l’eliminazione: è morto tante volte, ormai, espia vivendo.
Il tema dell’ambiguità dei ruoli di giudice e assassino si pone al centro di un caleidoscopio di motivi ricorrenti. […] “Aber ich bin noch nicht am Ende!” (Ma io non ho ancora finito!) scrive l’assassino nella lettera ai giornali. Gli crediamo, perché l’ingresso della polizia come deus ex machina e la frase di rito – “In nome della legge…” – sono proprio un finale inverosimile. Ci immaginiamo Becker nel braccio della morte o pronto per essere gasato in un lager, in mezzo a gente minuta oppressa da un fato inesorabile, che in modo rocambolesco evade e continua a uccidere, uccidere, uccidere.
Stefano Socci, Fritz Lang, Il Castoro, Milano 1995
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21 Settembre 2026, Redazione
“M – Il mostro di Düsseldorf” e la critica
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