Il primo, vero film hollywoodiano di Scorsese è un road movie al femminile, raccontato dal punto di vista della protagonista Alice e diretto da un regista che non avrebbe mai voluto girare un “ritratto di donna”. “Non un film alla Doris Day”, come disse all’epoca Ellen Burstyn, stregata da Mean Streets per intercessione di Francis Ford Coppola, ma un’opera libera, il cui amore smisurato per le deviazioni dell’anima è allo stesso tempo arioso e struggente, divertito e nostalgico, soleggiato e cupo.
In effetti, nel quarto lungometraggio di Martin Scorsese, il tempo è quello dell’immaginazione cinefila, a tratti infantile e spesso irriverente, e per questo motivo si crea una simile sovrapposizione di opposti che hanno a che fare con i ritmi precisi della screwball comedy ma anche con la struttura del melodramma, con l’irriverenza della commedia sociale e con l’ipercinesi di quella violenza vera, non “emotiva” (America 1929: Sterminateli senza pietà, 1972) che abitava il realismo di Mean Streets. Lo spazio è invece la costruzione romantica, ma anche rude, di un newyorchese innamorato degli orizzonti fordiani.
Il chiodo fisso di Alice bambina – nel visionario prologo al tramonto che richiama La via del tabacco e La valle dell’Eden, Il mago di Oz e Via col vento, colorato come un melodramma di Douglas Sirk – è il desiderio di superare nell’arte canora la voce di Alice Faye, diventando la stella di Monterey. Da grande, Alice rincorre nel pensiero melodie e palcoscenici, ma la vita le mette davanti le strade sterrate di Socorro, New Mexico, dove incontra lo psicopatico Ben (un feroce Harvey Keitel), poi Tucson, in cui si consuma l’idillio con il cowboy David.
Con in testa le scenografie di William Cameron Menzies e film come Duello al sole, e nel cuore l’epos dei suoi western dell’anima, Scorsese non cerca di distruggere le convenzioni del passato, semmai assimila e rielabora stereotipi e stilemi, affiancandosi a Ellen Burstyn, reduce dal successo di L’Esorcista, alla montatrice Marcia Lucas, a una coriacea Jodie Foster nella parte di una ragazzina troppo grande per la sua età.
Tante donne hanno contribuito a rendere grande un film “femminista” per sbaglio, la cui unica svolta narrativa nata dall’improvvisazione di David (Kris Kristofferson), crea il più totale disincanto in rosa: Monterey rimane un vagheggiamento, la promessa cantante rimane nel suo ranch, a Tucson, nonostante l’invito del suo rancher a correre con lei nella dorata California.
Il canonico e paternalistico happy end finale, imperativo categorico per John Cailley della Warner Bros, non svilisce però l’energia esistenziale di una donna che non sa stare senza un uomo, che ne cerca e ne trova tanti nel suo cammino libero e anarchico, scherzando sul sesso e sull’amore con il figlio undicenne e trovando sempre un modo per reagire al destino avverso.
Il racconto in levare di Alice, ode alla divagazione e all’errare in epoca post-femminista, esce in una sala di Los Angeles a dicembre del 1974, in modo che possa essere candidato alla cerimonia degli Oscar (lo vince Ellen Burstyn per il suo ritratto di donna) e l’anno dopo fa la sua comparsa in concorso a Cannes.
Il road movie scorsesiano è una coordinata emotiva, uno sbilenco requiem per un’infanzia rubata, un viaggio a due – Alice e suo figlio Tom – che si consuma veloce come le battute e le schermaglie tra mamma e figlio che attutiscono il senso di pericolo incombente per le strade del Sud Ovest. Dietro il dorato mondo d’evasione, si nascondono fantasticherie citazioniste che diventano autoreferenziale tributo alla bulimia cinefila del regista, al suo essere al centro di un nutrito immaginario cinefilo, lungo un sogno.