La rifondazione politica e stilistica dei paludati codici classici, inizia a insinuarsi nelle opere di Alan J. Pakula a partire dal suo secondo film, Una squillo per l’ispettore Klute (1971). Il regista mette al centro del racconto la performance di Jane Fonda, nella cornice di un noir che sa esaltare il progressivo svelamento delle idiosincrasie americane e sa infondere all’atmosfera tipica del genere un senso di smarrimento e di indecifrabilità del reale.
Grazie alla collaborazione con Robert Mulligan, l’ex studente di Yale, dopo la parentesi alla Warner Brothers Cartoons, appone la sua firma a lavori come Prigioniero della paura (1957) e La notte dell’agguato (1968), ma è a film progressisti come Il buio oltre la siepe (1962) che si può far risalire la modernità di linguaggio e il punto di vista femminista della sua opera seconda.
In Una squillo per l’ispettore Klute, sono presenti elementi che ritorneranno in tutta la sua filmografia, ad esempio, l’aprirsi ad una poetica nuova, più affine alla realtà sociale del tempo, che accarezza con espressività e sottigliezza psicologica un classico thriller di investigazione, rendendolo opera a parte.
Quando il 9 aprile 1976 esce nelle sale americane Tutti gli uomini del presidente, riceve un consenso unanime di pubblico e critica, accaparrandosi quattro Oscar su otto candidature. Non si tratta di una rivoluzione copernicana, poiché il Watergate, come tutti gli scandali privati e gli eventi del quotidiano, erano soliti essere saccheggiati dall’industria cinematografica americana, mentre i grandi traumi della nazione necessitavano di ulteriore tempo per la decantazione e la successiva messa in scena.
Considerato uno dei più riusciti instant movie della storia del cinema, il film di Pakula nasce grazie a Robert Redford che, subito dopo lo scandalo del Watergate, persuade i giornalisti Woodward e Bernstein a scrivere un libro sulla loro inchiesta che porterà alle dimissioni di Nixon nel 1974. Il film finisce per diventare la storia dei due reporter e del loro metodo investigativo e non solo una mera ricostruzione di eventi che presuppone una conoscenza preventiva da parte dello spettatore.
Portata avanti fin dall’inizio in modo che la paranoia pervada la dimensione privata, l’indagine del duo Redford-Hoffman scivola via attraverso un filo di parole ininterrotto e le tante resistenze del potere governativo, sgattaiola tra i corridoi del "Post" e le geometrie avvinghianti della Library of Congress. Si tratta di un film “con un orizzonte profondo”, come lo definì il direttore della fotografia Gordon Willis, dal taglio procedurale e filologico, dalla messa in scena algida e totalmente razionale.
Tutti gli uomini del presidente è un ecosistema a circuito chiuso in cui “uno sguardo corrisponde a mille parole”, dove ogni piccolo dettaglio risulta essere sempre inserito all’interno di una veduta d’insieme riconoscibile. Per far sì che si possa sempre osservare tutto quello che accade, tanto nella sede giornale, quanto negli altri ambienti o nelle riprese in esterni, è stato infatti adoperato un innovativo sistema per la regolazione diottrica; in tal modo le immagini acquistano una profondità maggiore e la materia filmica non viene mai slegata dal contesto del racconto corale.
L’apologia del quarto potere, tra cover-up istituzionali e ricerca ossessiva della verità, esprime un concetto di paranoia molto diverso da quello scaturito dal precedente Perché un assassinio (1974). Ciò che conta, nell’affresco umano e politico di Pakula, è la volontà di ricreare, in modo rigoroso, analitico e talvolta criptico, le luci (di una redazione interamente ricostruita in studio), il buio (il garage nel quale 'Gola profonda' confida segreti di stato) e le tante ombre che si addensano su uno dei più gravi scandali della storia americana.