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“Sbundo” e la vertigine del vuoto

Le relazioni umane, cuore pulsante della narrazione, si consumano nella falsità e nell’effimero. Ciò che Sbundo mette in scena non è tanto l’assenza degli altri, quanto la loro presenza ingannevole: corpi che si incontrano senza mai toccarsi davvero, volti segnati dal tempo e dal potere, tradimenti all’insegna del nulla, figure che si dissolvono prima ancora di definirsi. L’alienazione non è qui un tema, ma una condizione: il protagonista è l’uomo sbundato, l’uomo finito, simbolo di una società che ha smarrito se stessa.

“La lucina” tra scrittura e recitazione

Di scrittori che diventano attori sullo schermo non se ne vedono molti. Con indimenticata presenza scenica poi, ancora meno (nel panorama italiano, torneremmo a Vitaliano Trevisan in Primo amore di Matteo Garrone, del 2004). La lucina, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Moresco del 2013, vede quest’ultimo oltre che co-sceneggiatore anche curiosamente protagonista, nei panni di un uomo ritiratosi in una casa immersa nel bosco che, dopo aver vissuto in completa solitudine, scorge una notte una piccola luce sull’altro lato della vallata. Non sapendosene dare una spiegazione, e dopo aver chiesto invano spiegazioni in paese, decide di raggiungere quel luogo faticoso e vi trova un bambino (Giovanni Battista Ricciardi) che vive solo come lui, sbrigando i lavori di casa e andando a scuola.