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“Il delitto del Signor Lange” e la vocazione umanista

Siamo nel 1935 e nel cinema di Renoir vige una sorta di vocazione umanista della quale solo quattro anni dopo, alla vigilia dello scoppio della guerra, non troveremo più traccia in quell’impietoso affresco dell’alta borghesia francese – ma la meschinità dei servitori non è da meno – che è La regola del gioco. Se del profetico monito sulla disfatta politica e morale che di lì a poco avrebbe investito il Paese in questo film non c’è ancora traccia, sul piano stilistico Il delitto del Signor Lange anticipa di fatto tutte le innovazioni stilistiche che faranno grande il cinema di Renoir: dalla profondità di campo – di cui di lì a poco faranno largo uso Orson Welles e William Wyler – al rigetto del décupage tipico del cinema classico e la predilezione per i piani sequenza o meglio il long take perché ancora si parla di più inquadrature.

Cinema Ritrovato 2017: “Il delitto del signor Lange”

Come sostiene Jean Douchet (anche grazie all’apporto del sonoro durante i primi anni Trenta) Renoir sapeva perfettamente come scovare e gestire la drammaticità del conflitto, in tal caso sociale, circoscrivendolo all’interno di un contesto teatrale, scenograficamente e anche dal punto di vista della sceneggiatura, curata in Il delitto del signor Lange da Jacques Prévert.