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“Vita di O-Haru” di Mizoguchi al Cinema Ritrovato 2018

La scelta narrativa di Mizoguchi è quella di passare quasi sempre da una scena all’altra con una dissolvenza al nero che funga da copertura dei fatti fra le scene adiacenti, ma i dubbi sono lasciati solo per pochi secondi e il filo resta coerente, la storia scorre senza buchi di sceneggiatura. Il film fu infatti premiato al festival di Venezia l’anno della sua uscita. Tra un bianco-nero di seta e ombre dietro a shōji, lo spettatore è lasciato a navigare in un senso di rassegnazione empatica, vedendo O-Haru sempre bella, anche se anziana, sempre forte anche se in ginocchio. L’unica ricchezza che possiede è il proprio aspetto, e viene usato da altri come moneta di scambio. Per la ragazza, la propria bellezza conta tutto ma non vale nulla.

“L’intendente Sansho”, ossequio e compassione

Limpidissime e pure come sono, le immagini di Mizoguchi plasmano una realtà in cui uomo e arte tendono alla natura, divengono lentamente natura, verificandosi una specie di “transfert”, un’identificazione tra l’io e ciò che è oggetto di osservazione. In L’intendente Sansho queste miti dissolvenze coesistono tra personaggi ormai figli di nessuno, in balia di un destino che li porterà agli antipodi di loro stessi, annegando – letteralmente – il loro dolore in un mondo naturale che sembra essere l’unico, seppure irrazionale appiglio salvifico.