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“Erano ragazzi in barca” senza macchia e senza scossoni

Se si volesse rappresentare l’ultimo film diretto da George Clooney, Erano ragazzi in barca, sotto forma di grafico, il risultato sarebbe una costante, monotona linea piatta, senza picchi vertiginosi né cali improvvisi ma un andamento costante che accompagna lo spettatore fino alla fine. Un po’ come la superficie dell’acqua solcata dai remi dei vogatori a cui fa riferimento il titolo del film, tratto dall’omonimo libro di Daniel James Brown, che racconta la storia della squadra di canottaggio americana vincitrice della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.

“Il bar delle grandi speranze” stemperato nella malinconia

Il film, tratto dal memoir di J.R. Moehringer e sceneggiato da William Monahan, è una fiaba suburbana che ripropone il tema, molto americano, dei padri che si emancipano dai figli (pensiamo agli ultimi Interstellar, Honey Boy, Ad Astra) che, alla forza prorompente dei ruvidi narratori del Midwest, contrappone toni edificanti e una rievocazione del passato malinconica: un idillio familiare della working class. Lo sguardo e il punto di vista, infatti, sono quelli di chi anela a un altrove idealizzato, colmo di successo e soddisfazioni personali, oltre che di rivalsa, ma senza che la narrazione diventi critica tagliente nei confronti del sogno americano infranto.the t

“Suburbicon” e la banalità del male (di quartiere)

Suburbicon è una Dogville dalle tonalità mélo, nel cui orizzonte si consuma la tragicommedia esistenziale di una borghesia americana da sempre vittima e carnefice dei propri deliri. Al di là delle trame individuali, al di là degli angusti confini domestici e delle espressioni e dei volti da canovaccio, imperversa la discriminazione razziale, dramma corale limitato ad esistere solo in quanto rumore di sottofondo: Clooney evoca il tema e nel contempo lo surclassa, sulla falsariga dei personaggi e della realtà rappresentata, mostrandone progressivamente il meccanismo diabolico e oltremodo perverso.