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Speciale “Her Private Hell” – Contro l’interpretazione
Nell’universo del regista convivono glaciale violenza e disperato romanticismo. La magnifica colonna sonora di Pino Donaggio costituisce l’architettura del film e tiene insieme le luci sparse del racconto, ma ne esprime anche la radice addolorata. Tra le macerie di un mondo collassato in un limbo di perdizione e bruma, Her Private Hell anela a colmare un vuoto amoroso. La presenza di outsider ribelli incrina quell’imitation of Life dove la vita è congelata in astratti teatri di posa, adornati da specchi, lampade e statue.
Cinema puro lanciato verso l’apocalisse: “Train to Busan”
Pur con la sua vena elegiaca, Train to Busan è soprattutto spettacolo travolgente, disciplinato da un formalismo che il regista cura sin dalle prime scene: Yeon Sang-ho costruisce da subito un “corridoio visivo” per lo spettatore – mediante una composizione simmetrica, con punto di fuga centrale e profondità prospetticamente accentuata – che riproduce e anticipa il claustrofobico spazio del treno. Ne deriva una meticolosa coerenza formale, una dimensione estetica ben definita.
Speciale “Millennium Actress” – I fantasmi d’amore del cinema
Millennium Actress trasforma la visione in esperienza iniziatica, attraversando – con pulsazioni oniriche ed eterne illusioni – le malinconie di un passato che più si allontana, più allunga la sua ombra. Kon attraversa generi, epoche e stili, intrecciando una trama cangiante; le suggestioni di Yasujiro Ozu, Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi e Mikio Naruse diventano frammenti di un immaginario collettivo che traluce nel corpo stesso della protagonista.
“Non aprite quella porta” e la bellezza dell’orrore
Nonostante la saturazione di un “marcio” che corrompe ogni cosa, Non aprite quella porta riesce a lasciarci radiose immagini simmetriche e visioni di sovrumana astrazione. Pur spazzando via qualsiasi illusione di cinema in posa, falsità da Studio e gusto conservatore della bellezza, il regista inietta una nuova, oscena concezione del Bello che si esprime nelle albe funebri, nelle danze folli e astratte di Leatherface, nel viso insanguinato di Sally, con una radicalità di cui pochi oggi sarebbero capaci.
“Perfect Blue” e il cinema come infinita macchina dei sogni
Affine al potere rivelatorio di Bunuel e dei surrealisti, il cinema di Kon elude il senso razionale per lasciar emergere le densità dell’inconscio; i suoi film mettono al proprio centro la soggettività – dei personaggi quanto dello spettatore – e sovvertono i modi convenzionali della narrazione mediante ellissi, flashback, dilatazioni e contrazioni temporali. La realtà è elaborata da ricordi e immaginazione, acquisendo le forme del sogno.