Usa, anni Cinquanta. La televisione chiama le masse, Hollywood risponde a muso duro e Frank Tashlin, disegnatore e cartoonist, a modo suo, con l’estro grafico e la plasticità slapstick perfezionata negli anni presso gli studi di Ub Iwerks (ex collaboratore di punta di Walt Disney) e di Leon Schlesinger (creatore delle Merrie Melodies per la Warner Bros.).
Artisti e modelle (1955), il suo quarto film in live action e il quattordicesimo della coppia Dean Martin-Jerry Lewis, gronda di pastosa vivacità figurativa in VistaVision e Technicolor, su un umile piedistallo sovrastante il nuovo medium, ma anche di rocambolesca lievità che dietro l’ondivaga irrisolutezza tra generi puntella un suo programmatico manifesto onirico.
Su una sceneggiatura di Herbert Baker, Tashlin distilla la sua essenza di stile per estrarre dal cilindro un Greenwich Village sgargiante e squattrinato (più farsesco del coevo Mia sorella Evelina di Richard Quine), dove si mette al bando l’inquietudine di vivere, l’arte percorre le strade dell’imitazione e l’amore, con la sua ammiccante dose di sex appeal, sboccia con antinaturalistica spontaneità. In questa sciarada dell’attrazione, in questo carnevale americano dei perdenti e degli insicuri si consumano le schermaglie dei protagonisti, sagomati come cartoon: una duplice coppia di amici e complici che diventa un quartetto e poi di nuovo un duo, ma da fiori d’arancio.
Più che Dean Martin, gaudente pittore pubblicitario, e Dorothy Malone, fumettista indomita, svettano Jerry Lewis, aspirante scrittore per l’infanzia e bambinesco divoratore di comics, e Shirley MacLaine (qui al secondo film), buffissima modella per le strisce di “Bat Lady”, la Donna Vampiro: innamorati tra i più improbabili che il grande schermo potesse accogliere, svitati di tenera e scomposta purezza, che tra le gag dell’assurdo di lui e la candida effervescenza di lei (all’unisono nel numero “Innamorata”) svelano il cuore tematico di Artisti e modelle: l’anelito all’inverosimiglianza, all’immaginifico, al sogno, quindi al cinema.
In questo universo pop e consumistico si rivendica il buon gusto scenico per l’artificio, la maschera, gli equivoci burleschi, dove, pare insegnarci Tashlin, si può agguantare un baluardo di felicità, che arieggia nei virtuosismi comici made by Lewis, nel sonnambulismo inventivo del suo personaggio, nella messinscena degli affetti, fino al finale che pretende in incontenibile allegria una sospensione della credibilità, alle soglie del musical sfacciatamente incongruo.
Proprio nei ritocchi finali Artisti e modelle rilancia il suo pastiche di generi e linguaggi, che vicissitudini produttive, tra tagli strategici e censure morigerate, colorano di affabile sgangheratezza, tra commedia di costume, numeri musicali, spy story, fumetti (vituperato dal pedagogismo d’epoca) e pubblicità: tutto raffazzonato e precario, attraversato da una dialettica spaziale alto-basso, ma con la tenuta di un ingegnere dell’umorismo, dello spaccato culturale e dell’arte decorativa quale Frank Tashlin.
Wes Anderson, altro, attuale designer della forma filmica, fa recitare come in un mantra in Asteroid City: “Non puoi svegliarti se prima non ti addormenti”; per Tashlin non c’è risveglio migliore che lo sguardo ad occhi aperti sul grande schermo.